Comune di Siurgus Donigala

Storia del comune

Preistoria

La storia di Siurgus Donigala comincia in un luogo di confine. Quasi nello stesso luogo nel quale il 22 Luglio del 1219 con un documento redatto a Suelli, il Giudice di Cagliari Torchitorio donava al figlio Salusio di Lacon l'incontrada di Trexenta precisandone i confini e con essi anche quelli del territorio di Siurgus, di Goni e dell'Incontrada del Gerrei.

E a Funtana Romana si incrociano ancora, immutati da secoli, i confini di quattro comuni: Siurgus, Goni, San Basilio e Silius.

In questi luoghi si ritrovano le tracce dei primi abitanti del nostro territorio che quì si stabiliscono oltre un millennio prima della comparsa dei nuraghi. Sono uomini e donne di tribù che appartengono a una civiltà che non conosce i metalli e costruisce dei monumenti funerari e di culto disponendo degli enormi massi in circolo.

Questo insediamento megalitico, ancora visibile, occupa una superficie di circa 40 ettari e consta di una serie di circoli in pietre di arenaria appena sbozzata di medie e grandi dimensioni sparsi senza un ordine apparente.

Nella zona si ritrovano abbondanti i resti di ossidiana, segno di un intenso utilizzo e della lavorazione di questo materiale, mentre dai frammenti si rileva che la terracotta per la costruzione dei vasi era grossolana. Il sito è stato classificato come appartenente alla cultura di Ozieri ( 3.000 a..C. circa) sulla base degli studi effettuati dall'archeologo Antonio Costa che ha individuato nel complesso “un indubbio carattere sacrale collegato all'insediamento abitativo situato vicino alla sorgente di Guardionnàra”.

Le strutture architettoniche sono simili al vicino Pranu Mutteddu di Goni e ai circoli megalitici di Arzachena. Il villaggio era costituito da capanne elicoidali o circolari, costruite su uno zoccolo o su un basamento di pietra, con pareti e copertura di legno e frasche; all'interno presentavano due ambienti: uno semicircolare di ingresso e uno rettangolare interno.

Si tratta di una popolazione dedita principalmente alla pastorizia stabile o seminomade di greggi di pecore e capre e alla caccia. Nel villaggio si allevavano anche bovini, suini e animali da cortile. Era sicuramente sviluppata l'attività tessile alla quale erano dedite le donne, come dimostra il toponimo “Craccaxia” che indica l'attività di filatura e di lavorazione della lana grezza.

Sul monte Turri sorgeva un tempietto utilizzato fino al periodo tardo-romano, meta di pellegrinaggio fin dal neolitico. Nelle vicinanze di questa costruzione si accumularono nel corso dei secoli i residui combusti di cocci e ossa di animali dovuti a riti sacrificali e votivi. Del tempietto resta purtroppo soltanto la base in muratura.

Le altre tracce certe della presenza degli uomini del neolitico a Siurgus Donigala si ritrovano nelle domus de janas di Zraghi (di probabile e indecifrabile etimologia prenuragica), nelle vicinanze del rio s'Abioi dove è probabile la presenza di un rifugio precedente la cultura di Ozieri e nella zona che sovrasta il bau Piscu.

Le Domus de Janas

Le Domus de Janas delle quali si è accertata l'esistenza si trovano nella località di Zraghi, lungo la vallata omonima e vicine a una sorgente. Sembrano apparentemente costituite da una unica cella, attualmente coperta di terra e detriti, sulla quale si affacciano gli ingressi di altri ambienti.

Quando vennero scoperte, negli anni sessanta, non si fece alcuna indagine, né studi appropriati. Le poche ossa rinvenute all'interno nello strato superficiale vennero traslate nel cimitero di Siurgus e il sito fu dimenticato tant'è che in seguito venne adibito a discarica.

Il termine Janas designa una delle figure caratteristiche della mitologia dei sardi ed è la trasposizione del nome Diana, divinità romana della caccia e protettrice dei boschi, già Artemide nell'Olimpo greco. Poche sono anche le tombe di giganti. Un gigantesco monolite nelle adiacenze del villaggio di Corongedda, costituiva una parte della protome di una di esse ma è andata purtroppo distrutta.

Un'altra tomba di piccole dimensioni incassata in un costone nella località nuragica di Arcei, nel 1983 è stata ripulita e classificata dalla Soprintendenza, ma non vi è stato rinvenuto alcun reperto.

Altre due tombe di giganti completamente distrutte e spietrate si trovavano rispettivamente a ridosso del nuraghe Erra e in località Ruina de Pardu. Nella cultura popolare le Janas, esseri mitologici di minuscola statura, incantatrici dotate di una bellissima voce e del dono della profezia, vivevano nelle loro case scavate nella roccia dove tessevano con telai d'oro. Quando morivano si tramutavano in pietra. Buone e gentili come fatine popolavano l'universo di ogni paese.

La leggenda popolare racconta di una Jana che abitava nel nuraghe di monte Nuxi. Talvolta il suo canto si sentiva anche a ragguardevole distanza dal monte. Finchè un gruppo di abitanti che voleva impadronirsi del telaio, riuscì in qualche modo a legarlo con una lunga corda per tentare di estrarlo dal profondo antro che si troverebbe al di sotto del nuraghe. Ma il telaio era troppo grande rispetto all'imboccatura e vi rimaneva incastrato. Alla fine dopo innumerevoli tentativi la corda si ruppe e il prezioso telaio riprecipitò nelle profondità della terra; da quel giorno la Jana non fu più sentita cantare.

Talvolta le Janas assumevano l'aspetto di strega e si trasformavano in Cogas. Diventavano cogas certe donne nate alla mezzanotte del 24 Dicembre e le settime figlie femmine.

Le cogas erano infide, pericolose e malvagie, perchè nottetempo si cibavano di sangue umano e i malcapitati si indebolivano fino a morirne. Non ci si poteva difendere se non rovesciando il treppiede del loro focolare. A questo punto pare che impazzissero.

Questo per lo meno a Siurgus Donigala.

Le leggende di Siurgus Donigala raccontano di qualcuno che nei tempi andati ha sentito o ha visto apparire anche le panas al rientro dal vicino torrente di Geva, località dove gran parte delle massaie di Siurgus si recava per il bucato.

Le Panas (puerpere) erano donne morte di parto che secondo la credenza popolare visitavano all'imbrunire o di notte i luoghi dove si lavavano i panni e battevano la biancheria con stinchi di morti. Per sette anni dovevano lavare gli indumenti del loro neonato e se interrotte dovevano ricominciare da capo.

Nelle tombe di giganti la mitologia collocava la presenza di tesori nascosti, spesso custoditi dalla Musca Maccedda, una sorta di insetto grande a volte come una pecora e dotato di un pungiglione velenoso.

Il tesoro nascosto era chiamato su scusorgiu (scusroxiu nella parlata locale) e si poteva trovare in molti altri siti. Era riservato ai pochi fortunati che, seguendo sogni o premonizioni avevano il coraggio di recarsi da soli e di notte nella località che gli veniva indicata dagli spiriti benevoli.

Chi si recava nel luogo convenuto alla luce del sole o in compagnia di altre persone, aveva la sgradita sorpresa di trovare l'urna piena di cenere e carbone. La tradizione di Siurgus Donigala ci racconta ancora di un rito propiziatore per la pioggia, secondo il quale si assicurava la fine della siccità qualora qualcuno avesse disseppellito ed esposto agli elementi naturali il cranio del proprio padre. Tale rito, che ancora la tradizione vuole sia stato praticato nel paese fino al secolo scorso, è una reminiscenza del culto degli antenati.

Un residuo della religione animista e del culto primitivo delle acque, che si diffuse soprattutto nella successiva età nuragica, si ritrova invece nella credenza e nel timore dello spirito chiamato “ sa mamma ‘e funtana ”, oscura e arcana custode dei pozzi.

Quasi sconosciuta invece l'altra terribile e quasi universale jana malvagia denominata altrove Luxia Arrabiosa; totalmente assenti le domus dei vari Orchi collegati alle tombe di giganti perchè giganti anch'essi.

Molto comune è invece la leggenda dello Scurzoni, un essere a volte insetto, talvolta biscia, ma sempre di gigantesche dimensioni che terrorizzava chi aveva la sventura di incontrarlo ma che alla fine, a conti fatti non fece mai male a nessuno. Su Maimone, altro demone che veniva implorato in un magico rito di propiziazione della pioggia, divinità anch'essa legata al primordiale culto dell'acqua, con il passare dei millenni qui divenne una cosa per bambini irrequieti: su Mommotti.

I Nuraghi

Intorno al 1750 a.C. inizia la fase antica dell'età del bronzo con la costruzione dei primi protonuraghi, all'origine della successiva epoca dei nuraghi.

Siurgus Donigala ospita nel suo territorio una quarantina di queste costruzioni, testimonianza di una civiltà che tra alterne vicende si è protratta per oltre 2.000 anni. A parte il nuraghe "su Nuraxi" di Siurgus nessuno di questi è stato oggetto di scavi e di una valutazione da parte degli esperti e degli storici. Manca pertanto una adeguata classificazione. Si ritiene, per caratteristiche costruttive, che uno dei più antichi (ammesso che si possa usare questo termine), sia il nuraghe di Arcei (dal latino Arceo=difendere, opporsi), attorno al quale sorse un villaggio oggi completamente spietrato e distrutto che risulta abitato fino all'epoca tardo punica.

Del nuraghe è rimasto soltanto il mastio centrale, parzialmente sommerso dai detriti.

La zona montuosa confinante con il Gerrei ospita invece i nuraghi meglio conservati. Tra essi quello più integro è il nuraghe Ega (localmente Nuraxi 'Ega). Il complesso nuragico conserva buona parte della costruzione centrale, alcuni tratti di una strada lastricata, diverse abitazioni e un ampio recinto a corte ancora in ottimo stato. Accanto ad essi si trova il villaggio abitato ininterrottamente fino al periodo bizantino.

Le attività prevalenti in questo cantone ricco di foresta e di ghiandiferi erano sicuramente la pastorizia, l'allevamento, la caccia e qualche modesta coltivazione.

Le abitazioni popolari erano simili alle odierne pinnettas e nei secoli successivi vennero riutilizzate dai pastori o adibite a ricoveri per il bestiame.

Il villaggio disponeva di un notevole numero di capi di bestiame che consentiva una intensa produzione di latte, formaggi, carne, pelli per la concia e lana la cui tessitura era affidata alle donne che utilizzavano fusi e telai di legno.

Il complesso nuragico di Monte Nuxi, che non si sviluppò in epoche successive, sorse in posizione quasi imprendibile e costituiva un eccellente un punto di avvistamento.

A ridosso del centro abitato di Siurgus, in un declivio a Sud del paese, su un colle che domina sulla Trexenta, sorge il Nuraghe Erra. In un terreno di fronte al villaggio esisteva il pozzo costruito con pietre squadrate. Da questo villaggio per successivi spostamenti e per l'aumentata popolazione, ebbe origine l'abitato chiamato in seguito Bidda de Salomone la cui popolazione alla fine divenne parte integrante di Siurgus.

Il nuraghe "su Nuraxi", oggetto di scavi anche recenti, costituisce il primo nucleo del centro abitato di Siurgus e anticamente veniva denominato nuraghe "Cocconi". E' certa la presenza di un'altra torre, completamente distrutta, qualche decina di metri a nord del mastio centrale. Gran parte delle rovine dell'esteso villaggio si trovano invece sotto l'odierno centro abitato mentre il pozzo perfettamente conservato si trova nella corte.

In territorio di Donigala, al confine con quello di Mandas si trovano due importanti insediamenti nuragici: il nuraghe di Corte Carroccia (corte del teschio) e la fortezza di Corongedda (piccole rocce disposte a corona).

Il villaggio di Corte Carroccia, del quale si conserva soltanto la base del nuraghe, ebbe il suo massimo sviluppo in epoca romana. Sorgeva nelle immediate vicinanze del torrente Bangiolu e di una ricca sorgente d'acqua che porta lo stesso nome.

Ebbe una continuità abitativa protrattasi nei secoli tant'è che le abitazioni nuragiche vennero progressivamente sostituite da costruzioni puniche e successivamente romane.

Il villaggio di Corte Carroccia divenuto "corte" nel periodo bizantino, venne successivamente abbandonato e contribuì a costituire e popolare l'odierna Donigala.

Corongedda era una sorta di recinto fortezza. Sulla sommità delle rocce di basalto, antichi scogli marini affioranti, sono disposte diverse costruzioni nuragiche. Numerosi muri di rinforzo delle naturali difese costituite dalle rocce, fanno immediatamente pensare a una poderosa fortificazione all'interno della quale si svolgeva la vita di una consistente comunità di pastori.

Gli scavi nel nuraghe di Siurgus

Nell'autunno del 1983 la Soprintendenza Archeologica di Cagliari avviò un intervento per la pulitura della torre nuragica, già nota al Taramelli che vi condusse degli scavi agli inizi del novecento. Nel 1780 il nuraghe era già stato comunque oggetto di scavi e vi furono rinvenuti numerosi reperti indicati come “anticaglie pregevoli”.

L'indagine ha posto in luce “alcuni tratti murari sommitali pertinenti ad un bastione turrito trilobato, con garitta sull'ingresso aperto a Sud-Est. Sulle mura delle cortine nuragiche si sovrappongono alcuni edifici romani. Le strutture murarie del bastione trilobato sono quasi del tutto interrate dall'asfalto della strada comunale.

Risultano inoltre interrati i resti dell'insediamento nuragico, punico, romano e altomedioevale. E' stato accertato che intorno alla metà del VI° secolo d.C. in epoca bizantina, il nuraghe venne adibito a sepolcro per una quindicina di individui adulti. Tra il materiale relativo a questa epoca vennero rinvenuti diversi vaghi di collana in pasta vitrea, alcune fibbie di bronzo, una moneta d'argento e un orecchino dello stesso materiale, attualmente conservati nel museo archeologico nazionale di Cagliari.

Tratto dal Libro “Siurgus Donigala, dalle origini all'unificazione” di Marco Perra ed Elisa Stefania Perra.

 


Fenici e Cartaginesi

I Fenici erano eccellenti navigatori e i più abili commercianti del Mediterraneo. Ovunque, dove arrivavano, fondavano colonie e scali commerciali e probabilmente pagavano un tributo ai popoli nuragici per il suolo che occupavano.

Nel VII° secolo i Fenici in Sardegna risultano in fase di espansione territoriale e i rapporti di convivenza e di tolleranza con i nuragici andavano deteriorandosi.

Nella sponda nordafricana del Mediterraneo, Cartagine, la principale colonia e grande base commerciale fenicia, divenuta grande potenza, cominciò l'opera di colonizzazione militare della Sardegna.

Nel VI° secolo a.C. cadeva sotto i colpi delle truppe cartaginesi la grande fortezza nuragica di Barumini. L'intera fascia collinare della Marmilla e la Trexenta fino ai confini sud occidentali del Sarcidano divennero gli avamposti militari a difesa della pianura del Campidano e delle loro città costiere nonchè punto avanzato di penetrazione verso l'interno.

Sorsero numerosi centri punici di grande importanza economica e militare e una rete stradale che contribuì a diffondere la civiltà cartaginese tra le genti sarde.

Il villaggio nuragico di Siurgus, quello del Nuraghe Erra e di Arcei ormai conquistati si trovarono a ridosso della grande strada cartaginese Cagliari-S.Andrea Frius-Mandas-Isili, in posizione felice per il controllo dei guadi sul Mulargia e sul Flumendosa e delle colline della Trexenta che subirono un selvaggio disboscamento per essere dedite a coltura intensiva di grano e cereali. Assunse particolare importanza il centro abitato di quella che in seguito verrà chiamata Bidda de Salomone, alla periferia dell'abitato di Siurgus. In questo luogo, negli anni trenta, i lavori di costruzione del nuovo cimitero portarono alla luce la necropoli cartaginese, a cui si sovrapponevano numerose tombe di epoca romana.

Dalle descrizioni delle numerose monete rinvenute nelle tombe, la tipologia è quella bronzea consueta che si diffuse in Sardegna a partire dal IV secolo a.C.. Esse portano sul dritto la testa di Tanit volta a sinistra e sul retro una protome equina o il cavallo stante con o senza palma dietro; altre recano tre spighe di grano o ancora il toro stante.

Altre tombe cartaginesi vennero rinvenute durante gli scavi per la posa di alcune condotte nei dintorni del nuraghe di Siurgus e sono sepolture del tipo ad enchytrismos (il defunto era sepolto dentro una grande anfora opportunamente tagliata).

Resti di centri abitati sardo-punici si riscontrano anche nella zona di Arcei mentre la necropoli era poco distante.

Le campagne a ovest del paese sono quelle dove la presenza punica si evidenzia in maniera tangibile, a partire da un piccolo centro abitato lungo la vecchia strada che portava alla Trexenta.

E' probabile perciò che tra i sardo punici e gli abitanti dei villaggi ai confini con il Gerrei ci fossero dei rapporti di buon vicinato tali da non richiedere una dispendiosa e inutile occupazione militare da parte cartaginese, che avrebbe reso necessario l'impegno del loro esercito costituito da mercenari.

I Romani

Il raggiunto equilibrio e la pacifica convivenza dei sardo-punici erano ben presto destinate a cadere sotto i colpi che le legioni romane stavano per infliggere a Cartagine.

Roma occupò la Sardegna nell'intervallo tra la 1^ e la 2^ Guerra Punica. L'ossatura dell'esercito di Cartagine era costituita da mercenari e quando essi chiesero il soldo in arretrato la città in grave crisi economica non fu in grado onorare i debiti.

I mercenari si abbandonarono allora ad ogni sorta di saccheggio e di violenza disertando in massa. Anche quelli di stanza in Sardegna si sollevarono contro la città madre. A causa delle malefatte e degli atti di violenza dei disertori cartaginesi i sardo punici furono costretti a chiedere aiuto a Roma che nel 238 a.C. inviò un contingente militare. Ma la Sardegna era ormai legata culturalmente a Cartagine grazie alla quale aveva prosperato e le prime ribellioni contro i romani non tardarono a manifestarsi. Numerose furono le rivolte contro i romani.

I sardo punici guidati da Iosto figlio di Amsicora credettero allora di potersi liberare finalmente dei romani e li affrontarono in campo aperto senza aspettare l'arrivo dei rinforzi cartaginesi comandati da Asdrubale il Calvo. Subirono invece una cocente sconfitta. Avvenuto lo sbarco di Asdrubale nel 215 a.C. i sardo-punici e gli alleati cartaginesi affrontarono nuovamente i romani in una grande battaglia in una zona del Campidano ma furono nuovamente sconfitti.

Tra i sardo-punici i morti furono circa 12.000 mentre 3.700 prigionieri furono condotti a Roma in catene e venduti come schiavi. Il loro numero inflazionò il mercato e ne determinò un costo talmente basso che vennero definiti “sardi venales”: sardi a buon prezzo. Iosto era caduto nella battaglia e Amsicora alla notizia della morte del figlio si suicidò.

E fu l'inizio di una serie di “trionfi” romani sulle popolazioni sarde. Come per ogni altra invasione, i popoli delle coste e delle colline, abbandonarono esuli i loro villaggi e le loro città e contribuirono a rinforzare le strutture difensive montane.

L'esodo verso l'interno, così come era avvenuto durante la conquista punica, si ripeteva in misura massiccia a causa delle repressioni romane. Risale a questo periodo l'origine di un canto conosciuto come s'Andimironnai.

La leggenda narra che s'Andimironnai fosse il canto di dolore delle popolazioni in fuga dalle legioni che utilizzavano anche cani da guerra , i molossi, per stanare i fuggitivi e i ribelli.

La testimonianza è rimasta nella memoria della gente della Trexenta, luogo di passaggio di esuli e rifugiati, e in particolare a Siurgus Donigala dove s'Andimironnai veniva cantato fino al secolo scorso. Qualche storico e alcuni studiosi di linguistica hanno ritenuto di individuare nel testo “An di mi ronnai andira nora andira” una radice nuragico cartaginese e un riferimento alla città di Nora ma nessuno è mai riuscito a individuare realmente il significato di tali parole.

La storia di Siurgus Donigala seguirà d'ora innanzi le vicissitudini dell'impero romano, in ogni sua evoluzione sociale, economica e militare.

Luogo d'esilio e di malaria, pare importata dai Fenici, la Sardegna divenne una provincia romana. E nelle alture, Siurgus Donigala posta in zona di confine, lontana dai rischi malarici, cominciò ad assumere un ruolo ben definito nella strategia di occupazione per lo sfruttamento della produzione granaria della Trexenta. Il confine territoriale di Siurgus Donigala, e in particolare quello di Funtana Romana con il Gerrei di cui abbiamo già trattato, si deve alle operazioni di limitazione compiute da M. Caecilius Metellus in occasione delle campagne militari del 111 a.C. che procurarono al proconsole un trionfo “ex Sardinia”.

In questo territorio di confine, posto sotto il controllo miltare romano, lungo i costoni sud della valle del Mulargia si snodava la cosidetta strada romana di levante che permetteva il collegamento di Sarcapos e delle coste del Sarrabus con la più importante strada centrale rintracciata in parte alla periferia est di Mandas e che da Cagliari portava a Biora (tra Serri e Nurri) .

La situazione favorì la nascita di un esteso e popolato caravanserraglio lungo il fiume Mulargia a ridosso della zona di Ciorixi ora parzialmente sommersa dal lago, al confine tra i territori di Orroli e Donigala. L'imponente villaggio, sorto vicino a un modesto nuraghe, si trovava al crocevia con l'altra importante pista che attraverso l'Arcu di Santo Stefano consentiva il transito dall'Ogliastra verso i Campidani passando per Siurgus.

Il villaggio di Mulargia ebbe il suo massimo sviluppo in età imperiale ed è talvolta visibile (lago permettendo), nei suoi ampi recinti per il ricovero del bestiame, nelle numerosi abitazioni, nella struttura stessa del villaggio.

Il villaggio di Mulargia venne probabilmente abbandonato prima dell'avvento dei giudici e non viene citato tra quelli facenti parte della Curatoria di Siurgus ma come villaggio scomparso da V.Angius nel suo dizionario del XIX° secolo.

Nel territorio a ridosso del fiume Mulargia i villaggi romani più importanti erano Corte Carroccia, Ortolan poco distante forse la stessa periferia dell'attuale Donigala e i non lontani centri di Bidda de Salomone e di Siurgus dove stazionava una guarnigione militare la cui necropoli risalente dall'ultimo periodo repubblicano fino all'alto impero venne rinvenuta alla periferia dell'abitato nel corso degli scavi per la posa delle condotte idriche.

La pax romana del periodo imperiale da Augusto (31 a.C. - 14 d.C.) fino a Marco Aurelio ( 161-180 d.C. ) contribuì in maniera determinante alla crescita di numerosi insediamenti costituiti spesso da poche abitazioni per lo più attigue ai fondi coltivati che vissero questo periodo in uno stato di relativo benessere.

Il denaro circolava e la produziona granaria era richiesta perchè contribuiva a sfamare la plebe di Roma. Il latino si diffuse come lingua parlata lasciando tracce indelebili, sovrapponendosi al sardo-punico e a qualche vocabolo nuragico residuo.

Sono numerose le testimonianze sparse nelle campagne relative al periodo dell'alto impero romano che evidenziano il migliorato tenore di vita, un florido commercio e una sicurezza sociale che permetteva di vivere con relativa tranquillità anche nelle zone apparentemente isolate delle remote località montane.

Tracce di insediamenti fin dal periodo repubblicano si ritrovano nell'intero cantone nuragico che gravita attorno al nuraghe Gega e fino alla zona della sorgente di Nivu abitata dal neolitico.

Il vidazzone, ma anche le colline elevate che vennero coltivate a grano e cereali, erano intensamente popolate e gli insediamenti romani o nuragico-punici romanizzati distavano talvolta solo poche centinaia di metri l'uno dall'altro.

La crisi politica degli anni 192-197 d.C., che determinò l'ascesa dei Severi, apparentemente non sembra abbia lasciato tracce nel numero di centri abitati del nostro territorio così come non si rileva l'abbandono massiccio delle campagne seguito alla politica fiscale di Settimio Severo che nel resto dell'impero fu il presagio della decadenza.

Le aumentate imposte decretate da Settimio Severo e determinate dall'elevato costo dell'apparato militare, non furono più proporzionate all'annata, ma la quantità di prodotto che doveva essere consegnata agli esattori era sempre uguale.

Un'annata mediocre, un incendio, il pascolo del seminato avrebbero perciò significato la fame.

In questo periodo i contadini andarono ad ingrossare la plebe nullatenente oppure si misero a disposizione dei latifondisti vagando da un padrone all'altro in cerca di condizioni migliori.

Il risultato del cambio dello stato dei contadini, dapprima autonomi e adesso servi, contribuì per contro alla crescita dei maggiori centri abitati, nel caso dell'agglomerato urbano di Siurgus che probabilmente si estese e si popolò finchè assunse importanza tale da ospitare la sede del “curator o pater civitatis”.

Il periodo della grande anarchia militare non sembra aver intaccato la stabilità dei numerosi centri sparsi nel territorio del paese che anzi in questo periodo conobbero forse un ulteriore incremento, sintomo della grande svolta del III° secolo che portò alla suddivisione dei latifondi in lotti da affidare a coloni sempre più legati alla terra che coltivavano. Stavolta per conto di grandi proprietari che miravano ad ottenere il massimo dalle loro terre.

Era il presagio di quello che sarebbe divenuto, due secoli dopo, l'oscuro medioevo.

A partire dalla fine del III° secolo, i segni della mutata situazione e della crisi dell'agricoltura cominciarono a manifestarsi in maniera compiuta e ci fu un ritorno alla pastorizia.

Sotto la guida di Teodosio, l'impero romano ormai in crisi, fu l'ultima volta unito. Alla sua morte nel 395 d.C. esso venne diviso tra i figli Arcadio e Onorio.

L'impero d'Oriente e quello d'Occidente da questo momento avranno vita e destini separati. L'oppressione delle tasse, le riforme fiscali, lo stato che prendeva tutto e non dava nulla, inducevano sia i più ricchi che i più umili ad abbandonare le città, nonostante i divieti imperiali.

I più abbienti si ritiravano nelle villae, le grandi aziende agricole, mentre i poveri erano portati a cercare protezione presso questi grandi proprietari.

Se questo da un lato fu la causa dello spopolamento e la rovina delle città, per contro fu il periodo di massimo popolamento delle campagne.

La circolazione monetaria divenne pressochè nulla, si tornò al baratto e all' autosufficienza. Nei centri importanti, nel caso Siurgus-Bidda de Salomone, Corte Carroccia, Ortolan, i proprietari amministravano perfino la giustizia, difendevano i dipendenti dall'arruolamento forzato nell'esercito e di fatto regnavano su un piccolo esercito di servi armati e di coloni, incuranti e sempre più distanti dal potere centrale.

Nascevano i “fundus” dove si produceva tutto ciò di cui si aveva bisogno per il sostentamento della comunità; le importazioni riguardavano esclusivamente il sale e il ferro.

Il vasetto di Bronzo dedicato a Esculapio

Nel 1856 viene pubblicata nel Bullettino Archeologico Sardo la scoperta tra Donigala e Nurri di due lance in ferro, una intera lavorata a schiena e l'altra frammentata nella parte in cui entrava l'asta di legno.

Nello stesso numero veniva annunciata la scoperta sempre a Donigala di un vasetto con iscrizione e dedica a Esculapio. Il vasetto venne ritrovato in località Gennedda. Non era la prima volta che in quel sito si erano scoperte “cose antiche” e anche monete di ogni metallo.

Il vaso è del genere chiamato Amphora o Diota ed è un oggetto votivo come si rileva dall'iscrizione, in parte nel collo, in parte nel ventre

AESCULAPI

C. STERTINIUS.

FELIX V . S . L . M.

Vale a dire Cajo Stertinio sciolse il voto meritamente e liberamente ad Esculapio (Votum Solvit Libens Merito). Questa versione viene poi rettificata in un numero successivo del Bullettino da Giovanni Spano venuto in possesso del vasetto; dall'indagine visiva risultò essere:

AESCULAPI

C.STERTINIUS FELIX

V. S. L. A.

Dove le ultime lettere stanno a significare non più Votum Solvit Libens Merito, ma V. S. Libens Animo e cioè

Cajo Stertinio sciolse il voto a Esculapio, di buon cuore o con animo allegro.

Dall'offerta fatta da Stertinius ad Esculapio si rileva che il culto era introdotto in Sardegna e nel nostro paese, al quale erano dedicate edicole ed altari. L'origine del culto risale ai Fenici dai quali si estese all'Egitto e alla Grecia classica da dove si diffuse nell'intero Mediterraneo.

Anticamente per Gennedda passava la strada centrale di Levante, ma nonostante le ricerche non è stato possibile stabilire con certezza l'esatta ubicazione del sito dove venne rinvenuto il vasetto.

Tratto dal Libro “Siurgus Donigala, dalle origini all'unificazione” di Marco Perra ed Elisa Stefania Perra.

I Vandali

All'epoca della decadenza dell'Impero Romano la Sardegna completamente romanizzata divenne preda dei Vandali e accorpata al loro regno nord africano.

La dominazione vandalica si protrasse dal 455 circa al 534 d.C. Durante il regno vandalico l'Isola divenne luogo d'esilio e Genserico vi confino' in gran numero vescovi e prelati, tra i quali San Fulgenzio, e una folta colonia di Maurusi.

Secondo lo storico Procopio, al suo tempo questi erano circa 3.000 e vivevano di frequenti scorrerie nelle pianure.

Procopio dice che venivano chiamati barbaricini. Probabilmente non si preoccupò di fare distinzioni tra i Maurusi, i Barbaricini della Barbagia o gli antichi Ilienses.

Durante la dominazione vandalica scomparve il regime municipale, la vita sociale non fu più regolata da leggi scritte ma dalla consuetudine; si tornò allo sfruttamento della terra in forma collettiva.

Dopo 80 anni di dominazione vandalica la Sardegna tornò all'Impero Romano d'Oriente e fu posta sotto le dipendenze dell'esarca del Nord Africa. All'amministrazione civile fu preposto un Praeses di stanza a Cagliari, a quella militare un Dux. Il Dux risiedeva a Fordongianus (l'antica Forum Traiani).

Salomone

I Vandali probabilmente istituirono o rinforzarono dei presidi a Siurgus Donigala per difendere i raccolti di grano della Trexenta, fonte delle loro esazioni fiscali, dalle consuete e secolari incursioni e bardane dei popoli delle Civitates Barbariae.

Ci risulta la loro certa presenza nell'avamposto denominato sa Guardia de sa Mela, di fronte all'odierno lago Mulargia e quella probabile nella zona di Canau.

Nel 476, a seguito di un accordo tra Genserico e gli imperatori romani Zenone e Romolo Augustolo, i Vandali che avevano rinunciato alla Sicilia mantennero il loro possesso in Sardegna.

In questo periodo Genserico, con l'intento di liberare le province africane da elementi indesiderati e dall'altra di rafforzare i presidi sardi, insediò in Sardegna una colonia di Maurusi.

Quando ad opera dei Bizantini cadde il dominio Vandalico questo gruppo di nord africani insorse e si rifugiò nelle zone impervie e montagnose dell'isola.

Il Monte Moretta potrebbe essere uno dei toponimi che ricorda la presenza di Maurusi in questa zona, ma è sopratutto la località di Corte Masula, che ragionevolmente deriva da Massylus = africano della Numidia, ad acquistare un preciso significato.

I Bizantini furono costretti a organizzare contro i Maurusi una spedizione militare comandata dal Prefetto del Pretorio d'Africa, Salomone, con l'intento di reprimerli.

In questo periodo il territorio di Siurgus Donigala, avamposto tra i più importanti e presidio al confine con le Civitates, attraverso i punti di vedetta di Guardia Onnàra, Scannemirai, sa Guardia Bianca, Guardia sa Mela, Guardia su Fronti, era ancora una volta un passaggio strategico chiave. E' probabile che il Prefetto d'Africa, Salomone, abbia perciò stabilito il proprio quartier generale operativo a Siurgus, nella sede del Curator Civitatis.

Non sappiamo come siano andate le operazioni militari nè quale esito ebbero. Ma la memoria storica dell'illustre personaggio e del suo passaggio e' rimasta tra le rovine del centro abitato che prese il suo nome: Bidda de Salomone.

La tradizione popolare di Siurgus Donigala tramanda che di Salomone si cercasse nei tempi andati e inutilmente la preziosa corazza.

E' probabile che il Prefetto del Pretorio d'Africa, abbia concluso in maniera infelice la sua spedizione contro i Maurusi e i Barbaricini, almeno dal punto di vista strettamente personale e che quì abbia trovato degna sepoltura, corazza compresa.

Alcuni storici ritengono invece che il nome Bidda de Salomone sia dovuto alla presenza a Siurgus di una colonia di liberti ebrei deportati da Tiberio nel 19 d.C., per combattere i soliti turbolenti abitatori delle zone interne. Altri affermano che l'episodio e la presenza ebraica a Siurgus sia da riferire alla distruzione di Gerusalemme operata da Tito (70 d.C.). Secondo F. Alziator, Bidda de Salomone sarebbe stato un quartiere o forse un ghetto ebreo distrutto con la politica razziale degli spagnoli alla fine del XV° secolo.

Tali ipotesi sono in contrasto con quanto finora rilevato dai documenti del XIII° secolo e dai cabrei, dove Bidda de Salomone non appare più e viene segnalato tra i villaggi già scomparsi.

I Bizantini

Durante l'impero di Giustiniano (527-565 d.C.) venne ristabilita a Siurgus la figura del Curator rei pubblicae, una carica risalente all'età imperiale romana divenuta in seguito elettiva da parte dei cittadini più influenti e dal vescovo della diocesi.

Questo magistrato era stato preposto nei municipi a funzioni amministrative e finanziarie, di polizia e di giustizia; aveva il compito di controllare la vita dei grossi centri urbani in tutti i suoi problemi.

La sua figura era stata reintrodotta con l'intento di arginare una crisi devastante e in continuo peggioramento.

Il fisco era rapace e ingiusto, affidato ad esattori avidi e imbroglioni che badavano esclusivamente al loro tornaconto personale; le norme che stabilivano il prezzo del grano e dei cereali da versare allo Stato non venivano quasi mai rispettate.

I piccoli proprietari liberi si erano ridotti ormai a una esigua minoranza. Le campagne e i paesi si spopolavano. La terra a causa del disordine sociale, delle carestie e delle epidemie, venne progressivamente abbandonata dalla popolazione. La decadenza dei metodi di coltivazione rendeva i raccolti scarsi.

Gran parte dei terreni, floridi in epoca romana, erano ormai incolti e rinselvatichiti; il degrado delle campagne e l'abbandono avevano favorito dovunque lo sviluppo di boscaglie e paludi.

Aree un tempo fertili si ridussero a Paludiera (la vera palude), Planu Latzanau (pianura argillosa); altre divennero Pranu Seuredu - piana della sughereta , Su Muttaxi (il mirteto), Spadula o sa Ciurixina. In altre si diffusero boscaglie e macchie di specie arboree oggi quasi scomparse: Pal'e Frassu (crinale del frassino), Corrus de aciaru (corna d'acero), is Zrapas (i salici-salix alba).I ricchi, i Majores, risiedevano generalmente nelle città e avevano affidato a dei fattori la conduzione dei loro latifondi in decadenza.

I medi e i piccoli proprietari, i Minores, che gestivano direttamente le loro terre, gravati dal peso di dazi e tasse vivevano in maniera precaria e senza alcuna prospettiva. Gli altri cittadini liberi, negozianti, artigiani, mercanti costituivano la categoria dei cives honesti.

La classe più numerosa e in continua crescita era quella dei poveri (pauperes): i cittadini liberi privi di proprieta' che vivevano sfruttando le terre di uso comune.

I numerosissimi coloni disseminati nelle campagne abitavano in modeste capanne costruite con muri a secco e il tetto di paglia o frasche nei fondi ai quali erano vincolati.

I coloni erano anche tenuti ad alcune prestazioni nelle terre dei grandi proprietari. Le loro donne oltre al lavoro dei campi dovevano provvedere alle altre necessità della famiglia e ai pochi lavori artigianali necessari in una economia chiusa e isolata: filare la lana, tessere e confezionare i vestiti.

I servi costituivano l'ultima e derelitta categoria obbligata a lavorare gratuitamente alcune giornate a settimana per il padrone.

In questo oscuro periodo l'assetto della campagna era rapidamente cambiato. La peste aggiunse e pretese il suo pesante tributo.

I contadini tendevano a raggrupparsi nelle più sicure villae - Biddas: Siurgus, Bidda de Salomone, Olvieto-Corte Carroccia, Ortolan (la popolazione di questi ultimi due centri contribuirà in seguito a popolare Donigala); nei saltus erano spariti molti piccoli insediamenti isolati. Restava ancora qualche grande latifondo attrezzato alla maniera di quelle che nel resto dell'Occidente erano le “curtis”.

Le "Curtis" erano aziende-fattorie appartenenti a ricchi latifondisti, abitate da uno o più nuclei familiari di servi o coloni, talvolta dotate di magazzini, recinti per il bestiame, pagliai e locali per le provviste.

Erano suddivise in due parti: la riserva dominica (da dominus = signore, padrone) e i mansi affidati ai servi. Alcune di queste sopravviveranno e in periodo giudicale saranno le cortes o i masones nei quali le famiglie dei contadini, dei pastori e dei servi continueranno la loro secolare attività nella altrettanto secolare, precaria e immutata condizione. Sono state rinvenute numerose pietre sacre e/o di culto in diverse abitazioni del centro storico del paese. Quella presente nel sagrato della chiesa di San Teodoro, segna il passaggio e il punto di incontro tra i riti pagani e il cristianesimo.

Nella Sardegna bizantina il greco era la lingua ufficiale, anche se il latino era parlato e conosciuto in varie zone. Ma è la lingua sarda che in questo periodo tende a evolversi con sempre maggiore rapidità.

Di origine greca restano alcuni vocaboli, ancora usati nella comune parlata di Siurgus Donigala: i vocaboli Kaskai (sbadigliare), Kahamau (infiacchito per effetto del caldo), l'universale Apotekaria (farmacia), Allakanau (appassito, avvizzito). Venne introdotta l'usanza di far iniziare l'anno liturgico e quello civile alla data del primo settembre (Cabudanni) e quella di seppellire i morti nei recinti delle chiese.

La peste del VI° secolo

Durante il regno dell'Imperatore Giustiniano, nel 542 d.C. la peste colpì Costantinopoli, capitale dell'Impero Romano d'Oriente. Successivamente si diffuse in tutto il mondo allora conosciuto. All'inizio le vittime “erano colpite da una febbre improvvisa, alcuni al risveglio, altri mentre camminavano per strada, altri mentre sbrigavano le loro faccende”..”era una strana febbre, non molto elevata. Di li a poco si sviluppava una tumefazione, solitamente all'inguine ma anche sulle cosce o nelle ascelle e in qualche caso dietro le orecchie. Alcuni morivano improvvisamente, senza quasi accorgersene, altri soffrirono le pene dell'inferno.

Con l'avanzare dell'epidemia il numero delle vittime fu talmente elevato che nelle città non si riusciva a trovare i luoghi dove seppellirle.

La peste sferrò il più duro attacco alle speranze di rinascita dell'Impero di Giustiniano, svuotò i villaggi e le città, desertificò le campagne.

All'epoca i sardi adoravano ancora le pietre fitte, come al tempo dei nuraghi, stavolta non più grezze ma di arenaria lavorata con disegni stilizzati del sole e di altri elementi naturali e, caso unico di una stele rinvenuta a Siurgus, con una scritta beneaugurante.

Col Papa Gregorio Magno si diffuse il Cristianesimo, egli inviò in Sardegna Ciriaco e Fedele che per l'opera di conversione si affidarono al numeroso clero delle città e ai monaci che fornirono il maggior numero di missionari. I monaci erano sopratutto di rito bizantino.

Le divinità guerriere locali vengono soppiantate da soldati martiri per la fede come San Teodoro e Sant'Efisio. Il culto per le divinità agresti e dell'Olimpo classico non viene distrutto ma il loro posto viene preso dai Santi anche nella loro specifica funzione protettiva di determinate attività o nella cura delle malattie: S. Antonio protegge i contadini, San Giuseppe gli artigiani, Santa Lucia gli occhi, San Sebastiano allontana la peste, San Biagio protegge la gola.

E' facilmente spiegabile con la strategia del Pontefice la posizione della chiesa di Siurgus all'esterno dell'abitato ma a fianco al nuraghe, la conservazione della pietra fitta pagana nel sagrato “cristianizzata” con una croce all'apice, e l'intitolazione della chiesa ad opera dei monaci ortodossi ad un santo sconosciuto nella liturgia cattolica. Di origine bizantina sono le pratiche magiche come i “brebus”, “sa mexina de s'ogu pigau”. Ma i Bizantini hanno diffuso anche un altro rito, quello delle attittadoras, antico quanto il mondo e già presente nell'Iliade. Con canti funebri si celebrano le doti e le virtù del defunto; le attittadoras cantavano la bellezza, il coraggio della vittima e se questi ha avuto morte violenta, attizzavano l'odio dei parenti verso il nemico.

L'Alto Medioevo

Il periodo compreso tra la caduta dell'Impero Romano (476 d.C.) e la scoperta dell'America (1492) viene convenzionalmente denominato Medioevo. La parte più antica fino all'anno mille viene chiamata Alto Medioevo.

Siurgus Donigala viene universalmente riconosciuto quale centro tra i più importanti e ricchi di storia altomedioevale della Sardegna. Divenne sede di Curatoria in periodo Giudicale (la Curatoria di Siurgus) e ne conserva evidenti tracce nei nomi delle località, negli edifici, nelle dinastie curatoriali, nella suddivisione territoriale, nelle numerosissime cortes e masones e nella Donnicalìa. Il lungo periodo di autonomia giudicale si protrasse dal VIII ° - IX ° secolo circa fino al 1409 data della fine del Giudicato di Arborea.

E' difficile stabilire l'origine dei giudicati e della loro autonomia dall'impero di Bisanzio. I quattro regni sardi cominciano a farsi conoscere soltanto a partire dall'XI ° secolo e la mancanza di documentazione ha impedito che venisse risolta la datazione di quando il potere dell'Ipatos o Arconte sia diventato autonomo.

Un giudizio sulle difficoltà legate a questi studi lo diede il professor Alberto Boscolo, egli riteneva che l'unica speranza per risolvere il mistero fosse “la documentazione conservata a monte Athos” in Grecia. Disse infatti: “ E' probabile che nei monasteri greci, nella ricca biblioteca di Karies, si conservino pergamene E che si possano avere contributi sul primo periodo giudicale, quello delle origini”.

E l'inaccessibile Monte Athos con i suoi documenti entra prepotentemente nella storia di Siurgus e nel nome del paese. Xiurgòs è infatti anche il nome di uno dei monasteri della località greca della Calcidica, forse lo stesso luogo di provenienza dei monaci di rito ortodosso che si insediarono nel sito di Ortu e a Siurgus.

Da Xiurgòs probabilmente si originò il nome attuale del paese e, come abbiamo visto, prese impulso il culto di San Teodoro.

Esiste un'altra teoria secondo la quale il nome Siurgus deriverebbe da sex burgos ( sei borghi ), per il numero dei paesi che lo avrebbero costituito.

I Giudicati e le Curatorie

VIII ° - XIV ° secolo

Il dominio degli Arabi nel Mediterraneo aveva causato nel tempo il progressivo isolamento della Sardegna dal resto dell'Impero Bizantino anche se continuava una lontana e formale dipendenza da Bisanzio.

I capi del governo della Sardegna, a causa delle frequenti incursioni saracene si ritrovarono nel tempo a dover gestire autonomamente il potere. Il comandante supremo risiedeva a Cagliari, ma necessità strategiche di difesa militare lo avevano indotto a inviare altri capi presso le sedi più importanti dell'isola, sia come suoi diretti rappresentanti sia come delegati di governo, prescelti tra i membri più fidati e capaci della propria famiglia.

Probabilmente la suddivisione del potere dell'iniziale governo unitario avvenne per successione ereditaria con i discendenti che si resero a loro volta indipendenti.

Le testimonianze bizantine accennano all'Arconte unico fino al X ° secolo, assegnano una posizione di preminenza al giudice di Cagliari e fanno riferimento alla continuata parentela tra i Giudici di Cagliari, Arborea, Torres e Gallura che si mostrano tutti discendenti dalla famiglia Lacon.

L'atto di donazione della “domestia” di Sisini

Dall'atto di donazione della “Domestia” di Sisini fatto dalla Giudicessa Benedetta nel 1225 al vescovo di Suelli donnu Cerkis, ( Sergio ) della domestia di Sisini, allora in Curatorìa di Siurgus, si ricavano numerose informazioni: la presenza e i nomi di alcuni dei principali dignitari del tempo, la diffusione e l'utilizzo del sardo anche nei documenti ufficiali, i luoghi che hanno conservato la stessa denominazione, l'uso di vocaboli correntemente utilizzati tuttora.

Il giudice all'atto della nomina riceveva dal Vescovo il Baculum Regale, che veniva chiamato anche matzuca, ovvero lo scettro o, per dirla con la traduzione letterale, il bastone di comando. I giudici sovrani, prendevano il titolo di Donnu mentre ai figli/e era attribuito il titolo di Donnikkellos/Donnikkellas.

Nel capoluogo del Rennu il Giudice o Judike viveva circondato dalla corte e dai funzionari più importanti i quali si occupavano del suo patrimonio privato (l'Armentariu de pegugiare) o del patrimonio dello stato (l'Armentariu de Rennu). Il ministro del tesoro era il Majore de Camera mentre ad altri Majores erano affidati compiti particolari facilmente desumibili dall'appellattivo: Maiore de Caballos, Majore de Canes (la caccia era lo svago preferito ed aveva una importanza economica e alimentare non trascurabile).

Dai Majores dipendevano numerosi altri personaggi minori che si occupavano della cura delle terre, dei salti, del bestiame, e gli armentari che dirigevano e controllavano la produzione nei centri rurali.

In questi centri i porcarios, i berbecarios o il genezzariu sovrintendevano agli allevamenti del bestame o alla lavorazione del lino e della lana.

La difesa personale del sovrano era affidata alla Kita de Buiakesos, (nel Logudoro e nell'Arborea) che era costituita da guardie armate di Verruda, un'arma simile a una roncola tagliente, della quale al tempo si parlava con terrore.

L'esercito era costituito in parte da mercenari stranieri (catalani e pisani) e in parte da soldati reclutati nelle ville. I cavalieri venivano annotati in appositi registri ed erano esentati dalle imposte, finchè si presentavano in servizio. Anche i cavalli venivano scrupolosamente censiti in appositi quaderni.

Le “province” del regno, le curatorie, erano amministrate dal curatore. Siurgus era sede e capoluogo di una curatoria.

Le Curatorie

L'elenco delle curatorie fu redatto per la prima volta nella corografia del Fara in base alle condizioni del suo tempo.

Curatorie o Partes del Regno di Calari: Barbagia di Seulo, Campidano, Cixerri, Colostrai, Decimo, Dòlia, Gerrei, Gippi, Marmilla meridionale (dal 1206), Nora, Nuraminis, Ogliastra, Quirra, Siurgus, Sulcis, Trexenta.

Nell'elenco redatto da questo storico la curatoria di Siurgus comprendeva: Seurgus capoluogo, Donigala, Gesico, Mandas, Gergei, Musei, Escolca, Isili, Serri, Furtei, Nurri, Escalaplanu, Orroli, Gozzolai, Sadali, Sarassi, Villanova, Tulo, Goni.

Questo elenco fu ripreso dall'Angius nel dizionario storico Angius Casalis redatto nel XIX ° secolo, il quale elenca come facenti parte della Curatoria di Siurgus: Siurgus, sede del Curatore, Isili, Gergei, Mandas, Gesico, Serri, Donigala, Orroli, Villanova Tulo, Scalaplano, Nurri, Gonni.

A causa della povertà delle fonti documentarie, ci sono pervenuti soltanto i nomi alcuni curatori; tre erano dell'Anglona: Niscoli de Thori, in carica nel periodo del Giudice Barisone I (-1065-), Pietro de Serra de Jerusalem del periodo di Gonnario (1127-1153) ed infine il donnikellu Comita (figlio del Giudice Gonnario), nominato nel 1147.

Altri curatori conosciuti, tutti del giudicato sassarese furono Therkis de Nurechi, Costantine de Sogostos, Comita de Lacon, Mariane De Thori, Petru de Serra, Ithocor de Lacon, Gonnari de Lacon e Gosantine De Thori.

In altri documenti appaiono anche i nomi di alcuni curatori di Fiolinas (Florinas): Comita de Serra Pirella, Ithocor de Kerki Rubiu, Gantine de Thori; Comita de Gallu d'Urieke, Ithocor de Thori.

A Siurgus è presumibile che alcune cariche di curatore siano state appannaggio delle famiglie De Thori o De Zori (successivamente Azori e poi Atzori) e De Serra, cognomi che ricorrono anche nella genealogia dei sovrani di Cagliari e Arborea (In quest'ultimo caso le dinastie De Lacon Zori e De Lacon Serra regnano praticamente dalle origini fino ad Eleonora D'Arborea De Serra-Bas). La sede della curatoria di Siurgus è da ricercarsi, per quanto riguarda il XIII ° secolo, nella casa dei Conti Lostia in via Meridiana e negli edifici confinanti.

La curatoria di Siurgus aveva fama di essere “abbastanza feconda di biade e alberi da frutta”. Un aspetto sul quale gli storici moderni non concordano con il prelato sassarese riguarda invece il numero dei centri abitati che la componevano.

Nell'anno 1530 tutto l'asse feudale degli Erill fu comprato da Salvatore Aymerich, in nome e per conto di altri. Alla famiglia Sanna, tra quelle consorziate, andarono i villaggi di Gesico e Goni, il quale ultimo era già disabitato.

Ove sia più accettabile la diversa curatoria di provenienza, è probabile che il ritrovarsi dei due villaggi in un unico asse feudale, a causa della desertificazione di Goni, abbia finito con l'attrarre il centro più forte nella curatoria del più debole, per preservare il territorio dalle usurpazioni dei villaggi vicini, appartenenti alla stessa curatoria ma diverso feudatario”.

Anche dopo la fine dei giudicati la denominazione di Curatoria continuò a persistere a lungo dando luogo alle più disparate interpretazioni. Una delle quali è quella di aver voluto stabilire una continuità politica e amministrativa tra la curatoria di Siurgus e il Ducato di Mandas, nel quale confluì quando ormai le curatorie non esistevano più da oltre un secolo.

Il Fara indica Mandas come capoluogo dopo Siurgus , riferendosi evidentemente al Feudo Spagnolo creato nel 1614 e soprattutto al precedente periodo aragonese quando Siurgus venne spopolato completamente dalla peste del 1348.

Gli abitanti di Siurgus ripararono in parte a Donigala, in parte nei centri vicini e nelle campagne. Questo fatto non esentò i suoi rappresentanti dall'essere convocati al primo parlamento indetto a Cagliari da Pietro IV d'Aragona nel 1355 e di parteciparvi con un rappresentante del braccio sardo. Donigala era presente come “universitas”, appellattivo dei comuni che non erano infeudati. Anche Mandas, alla pari di Donigala era rappresentata quale “universitas”.

L'edificio sede della curatorìa fino al XIV ° secolo era nell'attuale via Meridiana, ed è tuttora esistente.

I Paesi e i villaggi della Curatoria di Siurgus

Sulla base degli studi da parte degli storici più accreditati, in base alle informazioni che sono pervenute fino a noi la curatoria di Siurgus durante il periodo giudicale, alla fine risulta composta dai seguenti villaggi, molti dei quali scomparsi:

Siurgus capoluogo della curatoria:

Si trova anche con la denominazione di Seurgus, Scieurges ( nel 1341, 1342 e 1343) e Siurgos (nel 1346 e 1347), non compare nei documenti del 1350. Probabilmente ha conosciuto un temporaneo abbandono a seguito della peste del 1348. Risulta ricostituito vicino a Donigala nel 1420.

Donigala: si ritrova anche come Donnigala (Angius) Donnicaller (nel 1350) e Donnigalla (nel 1430).

Ortolan: o anche Ortulanu; Ortulani (nel 1316,1322 e 1358); Villa Ortolany (nel 1335), alla periferia di Donigala.

Villaggio scomparso nel corso del trecento. Viene segnalato insieme a Donigala (nel 1322 e nel 1358).

Salamone (Villa di Salomone): Alla periferia di Siurgus. Villaggio scomparso prima del 1320. “Località nella quale ci sono le vestigia di un centro scomparso”.(Angius) Essendo il sito in cui si trovavano i resti delle antiche abitazioni (...) Propinquo all'abitato attuale d'un quarto d'ora”(Day)

Mulargia: Scomparso prima del 1320; gran parte in territorio di Orroli. Una parte del villaggio si trova nella sponda meridionale del rio omonimo, in territorio di Donigala.

Baraci: villaggio scomparso localizzato da alcuni in territorio di

Nurri;

Cosso: dovrebbe trattarsi di Goni;

Doria : in territorio di Isili;

Dudas : non localizzato;

Duragodoy: o anche Durgudor, non localizzato;

Escalaplano: o anche Villa nova de Scala de Pla, Villa de Scala

de Plano.

Escolca, Gergei;

Gerselay o anche Gerrelay: non localizzato;

Gesico;

Goni: Vi si accenna nel 1215 relativamente a una donazione da parte di una potente famiglia di Siurgus (presumibilmente quella del curatore). “In questo paese (Siurgus) eravi nel secolo XIII ° potente l'antica nobil famiglia degli Azori. Abbiamo una carta di donna Atzori degli Atzori e di donna Georgia sua sorella, figlia di donno Torgotore de Atzori di Seurgus, che faceano donazione a S.Giorgio di quanto aveano di comun diritto nella villa di Gonni, in piazze, terre, vigne, salti, acque (anno 1215)”. (G.Casalis-dizionario geografico)

Gripolli: non localizzato;

Guidila: non localizzato;

Guidisappe: o anche Guidisaffe, Guidalpa; non localizzato. Disabitato nel 1584.

Guini: forse Guzzini in agro di Nurri;

Isili ;

Ispisani: non localizzato;

Lesei: o anche Lecey, Leney, Lexey;disabitato nel 1584.

Lobinas: in territorio di Escalaplano

Mandas;

Naulo: forse deformazione di Nurri

Nurri; Orroli;

Orso: scomparso nel corso del trecento;

 

Reoli: non localizzato (forse è Orroli);

Serassi: in territorio di San Basilio o di Gesico;

Serchi: non localizzato;

Sercolay: non localizzato;

Serri;

Sisini: nel XIII ° secolo venne compreso nella curatoria di

Siurgus, nel XIV ° in quella del Gerrei.

Sinesi, Sirarei, Speciano: non localizzati;

Turben Gentile: non localizzato; disabitato nel 1584;

Villanovatulo;

Tra i sopracitati villaggi scomparsi o non localizzati riteniamo con ragionevole certezza debbano nascondersi i villaggi di Ortu, Corte Carroccia e Santu Sadurru, quest'ultimo nel limitrofo territorio di Mandas, in quanto esistevano nel tardo periodo bizantino. Purtoppo si è persa la memoria dell'antica denominazione ed è impossibile stabilire a quali corrispondano.

I confini della Curatoria di Siurgus corrispondono invece senza sensibili variazioni ai confini degli attuali comuni evidenziati.

La vita nella curatoria

Il Curatore, nel nome e nelle funzioni richiama gli antichi ordinamenti romani e bizantini. Faceva parte del consiglio del regno, era nominato dal sovrano dal quale dipendeva direttamente, ed era scelto solitamente tra i membri più fidati della sua famiglia. Nella scala sociale stava a fianco ai fratelli del giudice e ai prelati.

Nei territori della Curatorìa era il sovrintendente alla esazione dei diritti fiscali, sorvegliava i beni spettanti al pubblico potere, esercitava una autorità di controllo sui funzionari del distretto (Armentari, Maiores de Scolca, Mandatores); regolava l'uso delle terre pubbliche e dei confini dei territori (i saltus) tra le varie ville che spesso erano all'origine dei contrasti; faceva la stima e la verifica dei danni causati dagli incendi.

Ma la funzione più importante, era probabilmente l'amministrazione della giustizia, sia penale che civile. In questi casi il Curatore, assistito dal suo tribunale, la corona de Curatoria, formata da Boni Omines dei diversi paesi decideva sulle cause (kertus) che potevano andare dalla proprietà dei servi a quella delle terre, dai reati comuni contro le persone a quelli contro il patrimonio.

Il Giudice poteva comunque con la sua autorità sovrana, avocare a se le cause. Contro le sentenze del curatore era ammesso appello al tribunale supremo del Giudice. Nei processi c'era il diritto alla difesa diretta o tramite interposta persona che poteva “torrare brebu de parte sua”. Il diritto era rispettato in un periodo nel quale altrove imperava la barbarie. Per i delitti maggiori le punizioni non erano improntate alla redenzione, ma non c'era disuguaglianza di trattamento:

Volemus, et ordinamus, chi, si alcuna persona occhirit homini, ed est indi confessu in su Judiciu, ...siat illi segada sa testa in su logu de sa Justicia, per modu ch'indi morgiat, e pro dinari alcunu non campit.

Eleonora d'Arborea : Carta de Logu

Vogliamo e ordiniamo che se qualcuno uccide un altro uomo, ed è ritenuto colpevole in giudizio, gli sia tagliata la testa nel patibolo, in modo che ne muoia, e che nessuno ne scampi per denaro.

Le funzioni di polizia, erano assicurate dal Curatore tramite il Maiore de Scolca, capo della guardia giurata, denominata appunto scolca (una sorta di barraccellato) che proteggeva i beni di ogni centro rurale assicurando anche compiti di polizia interna.

Nel marzo di ogni anno tutti gli abitanti delle ville, dai quattordici ai settant'anni, giuravano di non arrecare danni ad alcuno o agli averi altrui e si impegnavano a denunciare coloro che se ne fossero resi colpevoli.

Le imposte che si chiamavano dadu o cergas, rasoni o collectu e i dazi (teloneum), stante la circolazione monetaria pressochè nulla (i Giudici non coniarono monete), erano pagate in natura e alla loro esazione erano preposti i kerkidores di bizantina memoria.

Poiché sicuramente non erano benvoluti e in tempi bizantini i kerkidores non erano un esempio di onestà e limpidezza ancora oggi si usa dire di una persona che “è prena de krekkus” per indicare che si tratta di un imbroglione.

Gli agricoltori versavano ovviamente una parte dei loro prodotti, gli allevatori dei capi di bestiame. E' attestata inoltre una tassa di successione chiamata “prea”, dalla quale riteniamo derivi il vocabolo attuale “spreau” (colui che ha subito una qualche azione o uno spavento e teme possa ripetersi).

Da ogni villa, abitata da liberi e da servi, dipendeva un territorio chiamato Fundamentu. Il Fundamentu comprendeva le terre lasciate libere all'uso comune, il pauberile, sfruttato dagli abitanti poveri o dai senza terra del villaggio; i fondi più o meno grandi appartenenti a privati; i latifondi che nel caso fossero proprietà del giudice si chiamavano de Pegugiare, oppure de Rennu se appartenevano allo stato.

Nelle campagne della villa si avevano altre unità minori le domus e le domestias, piccoli agglomerati di case rurali di proprietà privata, talvolta dello stesso sovrano come la domestia di Sisini e la Donnicalìa. Esistevano terre aradorias o de agrile, sfruttate un anno a maggese e un anno a coltivazioni.

L'estensione delle terre si misurava con la “currìa”, un appezzamento veniva definito orroglu (attualmente diremo arrogu). La coltura della vite era molto sviluppata, gli alberi da frutto erano rari mentre erano molto diffusi e importanti i canneti che fornivano una importante materia prima per le costruzioni.

Nei salti adibiti a coltivazioni era divenuto obbligatorio chiudere (cuniare) i terreni, che a questo punto diventano cungiaus o is cungiadeddus a difesa da eventuali danni da parte di animali mentre i proprietari affermavano il loro diritto a porre chiusure (cresuras) e far sorvegliare (castiari) le loro terre da guardiani.

Cortes e masonis

Gran parte dei saltus montani erano occupati da boschi di leccio, querce, lentisco e da pascoli. Il bestiame era brado, vennero create fattorie e recinti che presero il nome di cortes o masonis. Quì i pastori curavano stabilmente la conduzione delle greggi e la produzione di lana e formaggio.

Nel territorio della villa di Siurgus le cortes e i masonis erano numerosissimi, l'allevamento intenso di pecore e soprattutto capre era di grande rilevanza economica, mentre le silvas (i boschi) erano territorio di caccia per curatore, funzionari e probabilmente degli stessi giudici che quì avevano una rilevante azienda privata, la Donnicalìa e diverse altre proprietà delle quali è rimasta la denominazione: Piras Donnicas, in una vallata che ancora oggi è luogo ideale per la coltura di alberi da frutta; Turrioniga dove c'era una magione probabilmente dotata di difese murarie e che forse ospitava il sovrano spesso itinerante con il seguito e la scorta per questioni istituzionali o per delle battute di caccia, le silvas donnicas, odiate dai villici obbligati in questi casi a fare da battitori.

Le cortes e i masones sorsero o furono ricostruite in località spesso abitate fin dall'epoca nuragica, vicino a fiumi e sorgenti, o zone ricche di pascoli.

Ne elenchiamo soltanto alcune tra quelle più note: Corte Luxiumini, (corte della luminescenza) in una radura ricca di acqua, di pascoli e ghiandiferi; Corte Carroccia, di origine nuragica in una zona ferace, con i terreni migliori per le colture di cereali; Corte su Pezzu Mannu e Ortu, dove era prevalente l'agricoltura estensiva asciutta e la cura della arnie; Corte sa Marra, Genna 'e Cardu-Masone Margiani ricche di acqua e di pascoli con qualche modesta coltivazione; Nuraghe Gega dove vennero riutilizzati i recinti a corte mentre lo stesso villaggio venne ripopolato; Is Tellas e Funtana Satzali, corti di modeste dimensioni, quest'ultima probabilmente abitata da un solo nucleo familiare; la zona di sa Sedda de S'ortu e Pallaxius si coltivavano granaglie, cereali e si allevavano api.

Nei secoli successivi queste ultime località vennero abbandonate e ridivennero pascoli e boscaglia. Mason'e Arragana, luogo di pascoli e Corte Franciscu erano state abitate anche nel periodo romano, mentre altre corti sparse testimoniano una intensa attività in ogni angolo del territorio: Corte Ittuha,Corti is Palmas o Pala de Corti nei pressi di Turri Onniga o su Sinnadrosciu che ci ricorda un sito nel quale veniva marchiato il bestiame.

La casa

Nelle case (domu) c'era un ampio cortile (plazza) all'interno del quale vi era la “funtana”, per dissetare uomini, animali e per l'orto, al quale era riservata una parte recintata. Molte di queste fontane all'interno dell'abitato del paese sono state scavate in questo periodo. In alcuni casi gli orti erano delimitati da un fossato.

Il nome Ortu veniva dato anche ai luoghi dove si tenevano alveari. Gli alveari di Sa sedda de S'Ortu o sa Domu de is Abis, S'utturu s'Ortu, Cas'e Urtigu, Cas'e Marina, erano curati ed importanti per il miele, indispensabile quale dolcificante e per la cera necessaria per l'illuminazione delle chiese.

L'illuminazione della “domu” era invece assicurata da lampade a lumicino, per le quali si utilizzava olio di lentischio. Le provviste si conservavano nei kellarius dove erano custoditi i recipienti per il grano ( orrios) e le cupas con il vino.

Le case venivano costruite dai “Maistros in perda e in calcina”, artigiani indipendenti o liberos de paniliu. I pavimenti, le case in ladiri o i tramezzi dello stesso materiale erano opera dei “Maistros de Ludu”.

I carri e gli aratri erano costruiti “de sos Maistros de linna, chi faghint carros, ed arados”. La loro attività era regolata da precise norme e le opere se non a regola d'arte comportavano ammende non indifferenti, oltre all'obbligo di dover rifare il lavoro.

I carri a buoi, non erano molto diversi dal tipo tradizionale utilizzato fino a pochi decenni or sono. Avevano le ruote piene (arroda camposa), e il materiale da costruzione utilizzato era principalmente il legno di olmo e di bagolaro con rinforzi in ferro. Ordinagus, cerdas di verbasco (cadumbulu), lorus e strumbulu erano identici a quelli conosciuti finora.

Numerosi erano i conciatori, anch'essi soggetti a norme precise che imponevano di non acquistare pelli di dubbia provenienza; il bestiame era marchiato (sinnadu) tranne i cavalli:

..Ordinamus, chi cussos ligadoris totu, chi ligant corgios, siant tenudos de non ligari corgiu perunu in fraschi, si non est sinnadu de cussu sinnu chi est ordinadu; e chi contrafagherit, siat postu in su Pangulieri cun unu corgiu a guturu, e posca istit in presoni...

(Carta de Logu)

..Ordiniamo che tutti i conciatori, che trattano pelli, siano tenuti a non conciare alcuna pelle (corgiu) se non è marchiata con il segno che è prescritto; chi contravviene sia posto alla gogna legato al collo, e dopo stia in prigione..

(le pelli venivano legate e imballate per l'esportazione)

A Siurgus il Pangulieri (la gogna) era collocato davanti alle scalette della chiesa di San Francesco, l'attuale Montegranatico, che al tempo della Curatoria non esisteva. Ancora oggi il luogo si chiama “su bangulieri”. Non sappiamo dove fosse questo strumento a Donigala.

I servi erano divisi tra integri, laterati e pedati secondo le giornate lavorative che prestavano per i loro padroni; contrariamente a quanto avveniva nei secoli precedenti i servi non erano più una cosa, potevano avere proprietà o prenderle in affitto, avere un cognome e testimoniare nei processi. La condizione non impediva al servo di avere famiglia (anche se i figli erano a loro volta servi) o, nelle giornate libere, di lavorare per conto proprio. Erano sempre oggetto di compravendita, ma erano quantomeno considerati delle persone.

Non si hanno particolari sulla popolazione al tempo della curatoria, sicuramente si superò quella dell'epoca imperiale romana, ma è impossibile fare una stima precisa.

L'abbigliamento

Non si hanno notizie sulla foggia del vestire dei ceti elevati e delle donne anche se si può ritenere che non fosse molto diversa da quella degli abitanti dei Comuni italiani del tempo. Il costume femminile sardo così ricco ed elaborato ha subito l'influenza della successiva dominazione spagnola. E' quasi certo che l'abbigliamento popolare maschile fosse simile se non identico a quello che poi rimarrà in uso in qualche caso fin al XX ° secolo. Era generalmente cosituito dai seguenti indumenti:

Su collettu: sorta di giubbone in pelle conciata senza maniche che terminava in un “gonnellino” che arrivava alle ginocchia e che è ancora parte integrante del costume tradizionale sardo (le bragas);

La cintura normalmente di cuoio, era di varia larghezza e veniva spesso adornata;

Sa Bestepeddi: costituita da pelli di montone, agnello o pecora. La parte vellosa è interna d'inverno e protegge dal freddo, mentre è rovesciata d'estate.

Su Saccu: una pezza di tessuto di orbace, lunga tre volte la larghezza; serviva (e serve) a coprire le spalle, da riparo in caso di pioggia, è comodo per chi va a cavallo. Si utilizza anche come tappeto per sdraiarsi o come coperta per dormire.

Su Cabanu era invece una casacca a cappuccio, spaccata all'indietro per comodità nel cavalcare. Simile a un abito talare aperto sulle braccia si stringeva con un fermaglio.

I Bruzzighinus: gambali di pelle che sotto il ginocchio erano fermate da una fibbia.

Sa Berritta era in lana, nera o rossa.

Il villaggio di Siurgus

Il centro di Siurgus era certamente su “pangulieri” dove nel crocevia di fronte al Montegranatico, lungo la strada che portava a Donigala, venivano esposti al pubblico ludibrio i condannati alla gogna. Il centro direzionale del paese era la casa del curatore e dei suoi funzionari, nell'attuale via Meridiana, mentre la via San Francesco aveva un percorso simile a quello attuale rivolto al crocevia dell' attuale Funtana Jossu da dove si dipartiva l'antica strada cartaginese che portava a Bidda de Salomone.

Era sicuramente esistente e trafficata l'attuale piazza Combattenti (Su spainadroxiu), e il vico Liguria nel tratto che risale verso il nuraghe. Esisteva una chiesa dedicata a San Teodoro, nel sito di quella attuale della quale si sono rilevate tracce durante la ristrutturazione del pavimento; la pietra fitta presente nel sagrato è del precedente periodo bizantino.

La Donnicalìa

La Donnicalìa da cui deriva il nome Donigala era una grande azienda personale del Giudice (su Donnu) costituita da terre, salti, boschi, bestiame e dal personale che vi prestava la sua opera. Ricalcava nella organizzazione la “Curtis” dell'alto medioevo e consentiva agli eventuali concessionari, almeno una parte dei diritti.

In alcuni documenti del XII-XIV secolo appaiono i donnicalienses, a fianco dei vassali e dei fideles.

Il centro rurale della Donnicalia sorgeva all'incirca nell‘odierno abitato con alcuni nuclei sparsi il cui principale era costituito probabilmente dal rione di Turri Onniga che gravitava intorno alla fonte di Cannoni. Esisteva sicuramente la “Bia ‘e carru” e non è mai stato accertato se l'abitato di “Olvieto” citato da Vittorio Angius facesse parte o sia stato all'origine della Donnicalìa.

Alcuni toponimi catastali denominati come “donigala” in numerose località del territorio del paese, fanno ritenere che la donnicalìa in quanto propriertà fondiaria, fosse costituita anche da numerosi appezzamenti sparsi. Al tempo della donnicalìa esisteva anche l'abitato vicino di Ortolan nel quale si trovava la chiesa di S. Biagio, che prima pare fosse intitolata a S. Elena, denotando in queso caso una forte influenza, se non una origine bizantina.

Rimane ancora nella località la testimonianza dei toponimi Grusci sa Scala e Santu Brai, quest'ultimo riferito alla chiesetta della quale è rimasto qualche rudere sepolto. Gli scavi nella Chiesa di Santa Maria non hanno invece permesso di fare luce sulla datazione dell'edificio rinvenuto nelle fondamenta dell'attuale costruzione, pertanto è azzardato fare delle ipotesi. Si può comunque ragionevolmente ritenere, per quanto si è potuto appurare dalla tipologia costruttiva, che l'edificio sia sorto in periodo altomedioevale e quindi esisteva nel periodo della donnicalìa.

Le campagne

Particolare attenzione era prestata all'attività nelle campagne, anch'essa regolata da precise norme, con notevole riguardo per la cura delle vigne, al tempo molto numerose. Ci sono rimasti alcuni toponimi quali Baccu Bingias, Baraus, Gutturu is Nueddas, Mintza su Pampini che testimoniano l'antica presenza di vigneti in queste località.

L'ordinamento disponeva che le vigne e gli orti fossero recintati e ciò doveva avvenire entro il mese di aprile. Gli orti e le vigne, annotate in un apposito quaderno, erano approvate dai Majores e pagavano una tassa.

Era obbligo che le vigne venissero lavorate. Il 16 giugno di ogni anno veniva istituita la guardianìa dei vigneti anch'essa obbligatoria. Erano sorvegliate inoltre tutte le coltivazioni, gli alberi da frutto e perfino le stoppie. Le pene per il pascolo abusivo, il furto e lo sconfinamento del bestiame erano severe.

Il furto in un ovile poteva costare il taglio di un orecchio. Contraffare o disfare i confini delle proprietà, o i marchi del bestiame poteva comportare il taglio della mano destra.

Anche all'asino che si ritrovava nelle biade altrui, ignaro di essere abusivo, veniva mozzata un'orecchia.

“Volemus ed ordinamus , chi nexuna persona deppiat, ne pozzat ponni fogu infini a passada sa Festa de Santa Maria, chi est a dies ottu de Capudanni” (Carta de Logu)

Vogliamo e ordiniamo, che nessuno deve ne può incendiare stoppie, se non è passata la Festa di santa Maria che è il giorno otto di Capudanni (settembre)

Chi incendiava la casa altrui era punito con il rogo; gli incendi prima della festa di Santa Maria, erano puniti con ammende salate, e se il colpevole non veniva scoperto pagava i danni l'intera comunità.

Era prevista la forca per i delitti contro il sovrano e la sua famiglia, per l'omicidio, il furto nelle abitazioni e in strada pubblica. Le ferite erano punite con ammende e se gravi con la stessa mutilazione procurata.

L'omicidio per avvelenamento procurava all'uomo la condanna alla forca e alla donna il rogo. (Quest'ultima pena venne abolita nel 1593 e alla donna venne riservato lo stesso trattamento dell'uomo).

Lo stupro o la violenza potevano comportare il taglio di un piede. “Chi terrà femmina maritata contro volontà del marito”, pagava una ammenda e se non pagava ci rimetteva un orecchio.

Per il furto di cavalli e di buoi, si andava dalla ammenda, al taglio della mano o alla forca nelle recidive. Lo stesso avveniva con misure diverse per il furto di pecore. Per i furti di minore entità (Arnie, biade, ecc.) si rischiava il taglio di un orecchio.

Per chi “blastimat a Deus, e a sa Gloriosa Virgini Maria” era prevista la condanna a 50 lire (cifra molto consistente) che si doveva pagare entro 15 giorni. In caso contrario “gli si metta un amo nella lingua e le sia tagliata in modo che la perda”. Le altre bestemmie contro i Santi prevedevano il solito amo nella lingua e con esso “sia frustata e trascinata per tutta la terra e non abbia altra pena”. La lingua, insomma, restava.

Le feste

Erano giorni festivi “sas Dominigas de totu s'annu, e sas festas de Santa Maria”;

le feste degli Apostoli e degli Evangelisti;

la festa di Ognissanti e quella dei morti;

le feste di San Martino, San Niccolò, Santa Lucia e Sant'Antonio;

Anche se non sono citate nella Carta de Logu si ritiene che a Siurgus Donigala si tenessero le feste di San Sebastiano, San Biagio, Sant'Isidoro e Santa Teresina, anzichè quelle di San Martino e San Niccolò;

la Pasqua della Natività;

la Pasqua dell'Epifania chiamata Pasca Nunza;

la Pasqua dell'Ascensione;

la Pasqua di Pentecoste con i due giorni seguenti;

il Corpus Domini; tutta la settimana Santa, ed ottava dopo Pasqua.

Inoltre non si tenevano le “corone de logu” dalla festa di Santa Maria, fino al primo giorno di ottobre;

A Siurgus si festeggiava già da qualche secolo la festa di San Teodoro.

I divertimenti popolari

Durante le feste oltre al ballo con le launeddas, il divertimento più consueto tra i giovani era un gioco andato in disuso o forse vietato nei secoli successivi: il cosidetto gioco del piede.

Muniti di burzighinus o gambali di cuoio, a protezione delle gambe, due giocatori o lottatori si appoggiavano ciascuno sugli omeri di altri due che facevano da padrini e sollevando uno dei piedi incominciavano a vibrare colpi e a battersi. Non di rado stanchi di battersi con un piede, utilizzavano l'altro. Si vinceva con la resa dell'avversario e non erano rare le fratture, nonostante la protezione dei “gambali”.

Fino oltre il XIX secolo per le feste di San Teodoro e di Santa Maria si teneva il palio. Le corse di cavalli risalgono a epoche precedenti quella dei Giudici e da quanto appurato sono simili nello svolgimento a quelle degli antichi Greci.

Il giorno della festa, dopo pranzo, comparivano i cavalieri nel luogo in cui si svolgeva la corsa, e nel quale venivano esibiti i premi che erano normalmente costituiti da un drappo di seta.

I balli si interrompevano subito, cosi pure i vari giochi. I cavalli, tenuti da un portatore, venivano condotti lungo tutto il percorso e poi schierati sulla linea di partenza in modo che il cavallo che aveva vinto di più, chiamato di punta, rimaneva più indietro degli altri e così via lungo una linea diagonale che penalizzava i cavalli notoriamente più forti.

La partenza veniva data dal portatore del cavallo di punta ed era considerato vincente anche il cavallo che arrivava al traguardo senza fantino. I cavalli venivano allevati appositamente per la corsa, mentre i fantini erano generalmente ragazzi tra i nove e i sedici anni. Superata questa età diventavano “portatori” o custodi dei ragazzi e dei cavalli.

I cavalli si montavano soltanto con un “leggerissimo morso” senza sella o staffe ma con gli speroni. Le corse dei puledri si tenevano separate e non dovevano superare metà del tragitto delle corse principali. Il percorso chiamato “arringu” o forse aringiu, si compiva normalmente in otto dieci minuti.

Le corse più importanti e apprezzate prevedevano un percorso di andata fino a metà dell'arringu nel quale si doveva invertire la marcia e ritornare indietro lungo lo stesso tratto di pista.

La peste del 1348

Nel Gennaio del 1348 la peste entrava inarrestabile in tutte le città più importanti d'Europa, portando con se la più disastrosa epidemia della storia: la Morte Nera.

La causa del contagio erano le pulci veicolate dai topi che in quei tempi vivevano a stretto contatto con l'uomo e ne infestavano le abitazioni. In Europa giunse portata dalle galere genovesi provenienti dall'Oriente. La malattia uccise 40 milioni di persone su circa cento milioni di abitanti dell'Europa. La gente moriva così in fretta che nelle città i cadaveri, e a volte anche i moribondi, venivano accatastati nelle strade o caricati su carretti nell'attesa di qualcuno che fosse disposto a scaricarli da qualche altra parte, visto che i cimiteri erano ormai strapieni.

Siurgus venne cancellata dalla peste che nel 1348 la spopolò completamente. Verrà “riedificata” vicino a Donigala nel 1420. Probabilmente i superstiti trovarono scampo nelle campagne.

Bidda de Salomone era già deserta molto prima della peste. Donigala resistette all'epidemia e accolse anche i pochi sopravvissuti abitanti di Ortolan (Ortulanus), che venne abbandonato definitivamente. Ortolan era comunque già incluso da tempo quale popolazione facente parte di Donigala.

Nella antica curatoria anche Orroli scomparve per essere “riedificato” nel 1420 vicino a Nurri. Analoga sorte ritengo sia toccata a Santu Sadurru e Mulargia, ai villaggi di Corte Carroccia e di Ortu dei quali non si conosce il nome originario, e agli altri già citati come scomparsi nell'elenco di quelli facenti parte della Curatoria. La peste segnò il definitivo crollo del prestigio amministrativo di Siurgus e della Donnicalìa. Su queste rovine si era già estesa la dominazione aragonese.

Il tempo dei giudici e della autonomia era finito. Mentre nel resto dell'Europa il feudalesimo era scomparso e in Italia si preparava il Rinascimento, per i sardi il feudalesimo era appena iniziato e con esso la secolare decadenza e l'abbandono dei quali ancora oggi si pagano le conseguenze.

Nel 1402 morì di peste anche Eleonora d'Arborea figlia del Giudice Mariano, che per qualche anno avevano fatto rinascere nei sardi la speranza di un regno autonomo (1).

Nel 1409 cessò di esistere anche il Giudicato di Arborea, a seguito della sconfitta inflitta dagli aragonesi agli arborensi nella battaglia di Sanluri.

Del Giudicato di Arborea avevano fatto probabilmente parte anche Siurgus, Donigala e Mandas dal 1258 fino alla conquista aragonese del 1325-26.

Gli Aragonesi

Nel 1297 il Papa Bonifacio VIII ° investiva Giacomo II ° d'Aragona del titolo di Re di Sardegna e Corsica. Il 12 Giugno del 1323, l'armata di Re Giacomo a bordo di quaranta navi da guerra e oltre duecento da trasporto sbarcava nel Sulcis.

Veniva a prendere possesso della Sardegna, sia pure con 26 anni di ritardo. Al comando della imponente armata il re aveva messo l'infante Alfonso, suo figlio, che si era portato appresso anche la moglie e tutta la corte in una sorta di scampagnata. L'esercito che sbarcava sulle coste sarde era quanto di più composito si possa immaginare.

Il sovrano non aveva un esercito regolare, i militari non erano retribuiti o legati alla corona ma ciascuno era fedele al proprio barone, il quale si era obbligato ad assistere militarmente il re in base alla grandezza del suo feudo.

Le guerre si tenevano durante la buona stagione ed avevano una durata di due-tre mesi al massimo passati i quali era cosa frequente che uno o più baroni, se la cosa andava per le lunghe, abbandonavano il campo. Il quadro era completato da diverse compagnie di mercenari, che avevano giurato fedeltà al re Giacomo per tutta la durata dell'arruolamento. La città di Villa di Chiesa, posta sotto assedio, anzichè arrendersi si era difesa. Alla fine dell'estate la situazione per l'infante Alfonso assumeva i contorni di una ingloriosa disfatta. Il comandante della flotta maiorchina, ammalatosi di malaria, mollò gli ormeggi e rientrò in patria seguito dalle navi da trasporto che non vedevano i segni di un possibile rinnovo del contratto. Intanto era intervenuta anche Pisa che saccheggiò e distrusse quel poco che era rimasto della flotta aragonese. La malaria contribuì ad assottigliare quello che rimaneva della poderosa armata.

Tra i primi ad abbandonare Alfonso vi fu Joffrè Gilaberto de Cruilles, contro il quale l'infante chiese al padre una sentenza di “fellonia”, il tradimento di un vassallo verso il suo signore.

Alla fine Villa di Chiesa si arrese per fame e nel 1326 anche Cagliari fu conquistata dagli aragonesi e dai molti sardi passati dalla parte dei nuovi signori che rimasero padroni della situazione ma pieni di debiti e senza un esercito. Iniziava così il periodo più disastroso e umiliante della storia della Sardegna che coincise con l'introduzione del sistema feudale altrove quasi scomparso. L'unica maniera che rimase al Re per trattenere le terre conquistate fu infatti quella di assegnarle in feudo ai suoi combattenti e Joffrè Gilaberto Cruilles che nel frattempo era stato perdonato da Re Giacomo, ottenne in feudo Donigala.

”Si trattava di un florido villaggio i cui abitanti furono tenuti a pagare il feudo in danaro, grano e orzo. Joffrè (Goffredo) Gilaberto Cruilles morì nel 1342 e Donigala tornò al fisco. Nel 1349 Donigala fu concessa a Ponzio di Santa Pau , che però morì nella battaglia di Costantinopoli nel 1352; i suoi eredi non furono in grado di conservarla e Donigala passò a Giovanni Carroz”.

Nel 1350 il Re Pietro IV, con diploma del 18 Agosto, dava investitura a Giovanni Carroz delle ville di Donigala, Mandas, Gergei, Seurgus, Serri, Nurri, Orroli, Villanova Scalaplana, Dorgodori, Turbengentili, Scolca, Sadali....che il Carroz restituì quale omaggio al Re il 10 Agosto 1355 a Cagliari.

Il villaggio di Siurgus era la capitale della Curatoria, “dopo il 1348 fu concesso a Guglielmo de Torres; la concessione prevedeva che i vassalli pagassero il feudo in danaro, grano e orzo. Il villaggio era spopolato a causa della peste e le sue rendite erano state appaltate per 5 anni a Francesco Resta per cui il Torres dovette essere indennizzato”. Guglielmo de Torres morì senza figli nel 1350. I suoi eredi lo cedettero al fisco “che lo concesse a Raimondo d'Ampurias, la cui discendenza si estinse nel 1375". L'intera curatoria, tra alterne vicende finì nelle mani dei Carroz.

A partire dal 1350, ebbe infatti inizio il processo di unificazione dei territori della ex curatoria ad opera dei valenzani Carroz, una delle più potenti e ricche famiglie che parteciparono alla spedizione di Alfonso d'Aragona. Durante la guerra tra Mariano IV ° d'Arborea e Pietro IV ° d'Aragona, le popolazioni si ribellarono agli Aragonesi, le truppe giudicali occuparono la Curatoria e i feudatari furono cacciati. Dopo la battaglia di Sanluri vinta dagli Aragonesi, gli antichi feudatari ripresero possesso dei loro feudi.

Nel 1614 Siurgus e Donigala furono incorporati nel Ducato di Mandas del quale fu il primo titolare don Pedro Maza Ladròn che ebbe il feudo per tre anni. Nei dodici anni successivi dal 1617 al 1629 il Ducato appartenne agli Hurtado de Mendoza e in seguito per i successivi 148 anni agli Zuniga che lo mantennero fino al 1777. Il feudo passò quindi a Maria Josefa Pimentel che lo ebbe per 57 anni e da questa per soli 9 anni passò a suo figlio Pedro Tellez Giron dal quale venne riscattato nel 1843 .

Don Pedro morì l'anno successivo il titolo di Duca di Mandas fu trasmesso al fratello Mariano. I Duchi di Mandas non si mossero dalla Spagna e i loro feudi furono amministrati da un “apodatariado”, un loro delegato che in sardo veniva chiamato podatariu. Don Pedro risiedeva infatti a Valencia, gli Hurtado de Mendoza a Guadalajara, gli Zuniga a Bejar, i Pimentel a Benavente, i Tellez Giron a Osuna.

Da Pietro IV d'Aragona ai Savoia

La dominazione aragonese prima e quella spagnola poi, costituiscono il periodo più devastante della storia sarda e di Siurgus Donigala.

Nel 1355 Pietro IV d'Aragona riunì il primo “Parlamento “. Vennero convocati il cosidetto braccio ecclesiastico e quello baronale al quale dovettero partecipare i vescovi e gli arcivescovi dell'isola, gli abati e i priori dei più importanti monasteri e i nobili che avevano feudi in Sardegna. Per il braccio popolare vennero convocati i rappresentanti dei paesi e delle città che, non essendo infeudate, erano soggette direttamente alla corona e costituivano entità autonome: le Universitas. A rappresentare il braccio sardo di Seurgus fu convocato Mariano de Serra; Donigala è rappresentata da Marianus Castanya.

La sede della curatoria, per quanto ormai entità solo nominale, venne probabilmente trasferita a Mandas anche se non cambiò la dinastia dei curatori del Siurgus. Il rappresentante di Mandas in quanto Universitas, si chiamava Gonario de Zori.

I nomi delle curatorie rimasero per il forte radicamento nella toponomastica locale, ma ormai erano prive di qualsiasi prerogativa esercitata nel passato e smembrate in una miriade di concessioni feudali. In qualche caso le delimitazioni dei feudi coincidono con quelle curatoriali, che gli aragonesi tentarono in qualche maniera di rimuovere anche dalla memoria popolare designandole con il termine catalano di “encontradas”.

La conseguenza più importante del dominio aragonese fu l'introduzione del sistema feudale che portò ad uno stato di profonda prostrazione economica e civile.

Il sistema fiscale imponeva alla parte più povera di pagare tasse pesantissime sia allo stato (il donativo), sia alle chiese (le decime). Le frequenti carestie si alternavano alle pestilenze che decimarono la popolazione; molti villaggi scomparvero.

Nel 1469, con l'unificazione dei regni di Aragona e di Pastiglia, alla dominazione aragonese si sostituì quella spagnola sotto il regno di Ferdinado il Cattolico. Dal 1650 la peste imperverserà in lungo e in largo per circa dieci anni. Nel 1680 una terribile carestia provocherà più vittime della peste stessa. Nel 1720 la Sardegna, dopo essere stata per qualche tempo in mano austriaca, verrà assegnata alla casa Savoia.

Tratto dal Libro “Siurgus Donigala, dalle origini all'unificazione” di Marco Perra ed Elisa Stefania Perra.

 


Aragonesi e Spagnoli

La prima conseguenza del sistema feudale aragonese fu il crollo dell'agricoltura poiché i vassalli, gravati da decime e donativi, venivano poi spogliati del restante dagli esattori rapaci e voraci del feudatario, per cui alla fine, che si lavorasse o meno la terra, per i contadini il risultato non cambiava. L'altra fu l'avvilimento generale perché i feudatari che si comportavano da veri e propri sovrani, sottoponevano la popolazione a uno status di servi obbligati a duri servizi.


All'alterigia dei feudatari si aggiungevano le prepotenze di parenti e amici e addirittura dei domestici dei signori, che si elevavano sopra il popolo con vessazioni, insulti e ogni genere di sopruso. Le continue diatribe tra signori confinanti davano modo a delinquenti e briganti di trovare rifugio presso l'uno o l'altro barone, perpetrando impuniti e spesso per conto di questi ultimi, vendette ai danni dei loro avversari con incendi dei raccolti, furti del bestiame, omicidi e rapine.

Il commercio non esisteva e l'attività di scambio era resa impossibile dai dazi che si dovevano pagare per l'attraversamento dei territori. A questo si aggiungeva la malaria (l'intemperie) ormai endemica in tutto il territorio della Sardegna.

L'economia in questo periodo diventa prettamente pastorale, centinaia di villaggi scompaiono, le campagne si svuotano della presenza umana e per secoli rimarranno deserte.

Nel 1583, in piena dominazione spagnola, a Donigala vengono rilevati 138 fuochi mentre a Siurgus sono 79. Poiché ogni fuoco era costituito da quattro - cinque individui della stessa famiglia, si ha un quadro della popolazione esistente. Nel 1626 viene istituito un donativo regio straordinario, che fa conoscere all'agricoltura una drammatica crisi e che sarà il preludio di uno spaventoso fine secolo.

Le prepotenze dei feudatari vengono sintetizzate da un episodio accaduto nel vicino comune di San Basilio.

Don Blasco de Alagon, frequentatore della corte di Filippo IV, padrone di quel villaggio e di altri, vuole ridiscutere il sistema dei tributi e ripristinare regalie scadute come quelle sui forni e sui mulini. Convoca i rappresentanti dei villaggi ai quali con minacce, giuramenti fasulli, detenzioni e aggressioni, estorce un nuovo patto.

Ma San Basilio non ci sta e rifiuta di pagare l'aumento degli oneri preteso dal feudatario sulle terre che gli abitanti di questo paese hanno con fatica sottratto al bosco.

L'ufficiale del Barone, Andrea Serra, pensa di risolvere la situazione per le spicce e tenta di usare la spada nelle case dei sanbasilesi che invece gli resistono e lo costringono alla ritirata. Alla vigilia della festa di San Bartolomeo del 1653, trecento armati comandati dal commissario Agostino Sussarello tentano nuovamente l'assalto di San Basilio, ma vengono respinti duramente. Eppure San Basilio trecento abitanti in forze probabilmente nemmeno li ha.

Ma il feudatario riesce a mobilitare 1200 armati di cui 600 a cavallo per saccheggiare e “desplanar” il villaggio, i cui abitanti alla fine si rifugiano nelle campagne.

L'armata del feudatario troverà ad attenderlo in paese soltanto i vecchi e San Basilio viene riportata all'ordine. O meglio a una condizione peggiore della precedente.

 

La peste

Da Barcellona nell'Aprile del 1652 giunse la peste ad Alghero. Da lì il morbo si diffuse nel Capo di Sopra, successivamente nel Campidano da dove cominciò la sua marcia verso le colline della Trexenta e alla fine del 1654 bussava alle porte di Arixi, Mandas, San Basilio e Goni.

Nel dicembre del ‘54 la peste entrava a Suelli, da gennaio a novembre del 1655 stazionava a Mandas dove portò via 1171 abitanti. A febbraio del ‘55 entrava a Donigala uccidendo 162 persone e contemporaneamente a Siurgus.

Successivamente si estese anche a Cagliari. Lasciò la Sardegna deserta e spopolata. Quasi a voler reagire a tanto disastro gli anni successivi alla peste registrarono un incremento spropositato di matrimoni. Contro una media di 5/6 annui a Siurgus nel 1655 si registrarono 19 matrimoni, nel 1657 saranno 18. A Donigala si celebrarono invece 14 matrimoni nel 1655 e 17 nel 1657. Nel 1655 Siurgus ha 101 fuochi mentre Donigala ne registra 106. La popolazione di ciascun centro corrispondeva a meno di 500 abitanti.

Nel 1680 una grave carestia si abbattè in tutta la Sardegna causando numerose vittime per effetto della denutrizione. Altri villaggi si estinsero aggiungendosi a quelli spopolati dalla peste. Negli anni successivi Siurgus e Donigala ripresero lentamente vita e i due paesi cominciarono a ripopolarsi. Nel 1688 Donigala conta 306 abitanti, a Siurgus sono 282; dieci anni dopo saranno rispettivamente 392 a Donigala e 391 a Siurgus.

Nell'annata 1720-1721 dopo una prolungata siccità una invasione di cavallette africane distrusse nuovamente i raccolti .

Nel 1728 Donigala contava 370 abitanti, Siurgus in costante crescita ne aveva 494. Quell'anno fu caratterizzato da una terribile carestia; lo stesso avvenne nel 1784 e nel 1780. Nel 1751 Siurgus ha 572 abitanti, mentre a Donigala sono 360. Vent'anni dopo si rileva una crescita sostenuta anche a Donigala che raggiunge i 437 abitanti contro i 621 di Siurgus.

I donigalesi nel 1781 saranno 512 contro i 651 di Siurgus mentre nel 1785 saranno rispettivamente 491 gli abitanti di Donigala e 647 i siurghesi.

La Sardegna per una serie di motivi uscì devastata dal dominio spagnolo; nel 1720 si insediò a Cagliari il primo vicerè sabaudo, barone di Saint Remy. Cominciò un lungo e difficile processo di crescita economica e sociale, attuato su vasta scala dal governo Bogino (1759-1773) con numerose riforme e l'istituzione dei montegranatici.

 

Si conosce ben poco della vita nel nostro paese nel periodo aragonese e spagnolo e andrebbero fatte ricerche approfondite presso l'Archivio di Stato di Cagliari dal quale provengono queste poche informazioni:

* Datato 17 Agosto 1680 si conserva il testamento di tale Antiogu Perra di Donigala che dopo la solita raccomandazione dell'anima a Dio vuole che il corpo venga seppellito nella Chiesa di Santa Maria per la quale lascia la “llemosina costumada”.

Lascia un tancato che possiede in territorio di Donigala detto “Is Ortulanus” al reverendo Juan Mauro Zedda parroco di Seurgus, Donigala e Goni (parrocchie associate) perché faccia la raccomandazione della sua anima a Dio, per lo svolgimento del funerale e per “Missas acostumadas”. Lascia alla sua carissima moglie Mariangela Quartu la casa che possiede, costruita col proprio lavoro. Declara lo dit testader que todos los benes, casas, vigna, tancat y terras che possiede a Donigala, las dexa a la parroquial iglesia di Donigala.

*Con atto del 24.12.1680, tale Dominigu Deana vende a Franciscu Sassu entrambi di Donigala, il primo massaio il secondo pastore, una terra aratoria di uno starello e mezzo che possiede in territorio di Donigala e precisamente in località “Corti Corrocho” di fronte a Pixina Nigola, al prezzo di due lire in moneta callaresa. I confini sono costituiti da una parte da terra di Antiogu Perra e dall'altra di Francesco Pilia il grande, e da un'altra terra dello stesso venditore.

*Con atto del 24.12.1680, Juan Dominigu Coccu vende a Baptista Mauro Zedda, rector “destas dictas Vilas” una terra aratoria di uno starello che possiede in “su Guturu de s'Ortu” confinante con la terra che fu di Juany Conzolu e che ora possiedono gli eredi Bintura e Antony Dessi, con la vigna di Diego Arzolu e dall'altra parte con novella di Sebastia Mereu, tutti di Donigala. (Probabilmente “Bintura” è un soprannome)

*Con atto del 5 Gennaio 1681, Franciscu Husay, massaio, vende a Juan Antony Thaccory una terra aratoria di tre starelli che possiede in Donigala in “su Gutturu de is Nueddas”. Confini: alla strada per Goni, a terra che era di Juan Maria Pisu ora posseduta da Sebastia Conzolu e a terra posseduta da Sebastia Muntony.

*Il 29 settembre del 1632 un certo Pilia Giovanni e il figlio Antioco si impegnavano a pascolare 50 vacche di proprietà della Chiesa Parrocchiale di Donigala intitolata alla Vergine di Monserrato in nome del quale l'atto, rogato dal notaio Gessa, era stato firmato dal rettore e procuratore Sac. Antioco Trincas. In compenso i Pilia potevano pascolare 25 vacche di loro proprietà assieme alle 50 vacche della parrocchia e dovevano pagare metà del costo complessivo goduto da tutto il bestiame, mentre l'altra metà era a carico del Rev. Trincas. Il contratto durava sei anni fino alla festa di San Lorenzo del 1638. I Pilia si impegnavano a pagare eventuali danni causati da incuria e negligenza nella custodia.

 

Tratto dal Libro “Siurgus Donigala, dalle origini all'unificazione” di Marco Perra ed Elisa Stefania Perra.

S'annu doixi

Il XIX ° secolo iniziò nel peggiore dei modi. Si era presentato con una grave carestia nel 1805 e nel 1811 ma il culmine della disperazione venne raggiunto nel 1812, anno tremendo del quale è rimasta la memoria nei racconti tramandati: s'annu doxi.

I monti granatici erano vuoti e la gente si mosse verso Cagliari in cerca di cibo da mendicare; le città della Sardegna vennero prese d'assalto da centinaia di sbandati in cerca di qualcosa con cui sfamarsi. Molti morirono di stenti per la strada

Nel 1804 Siurgus aveva 730 abitanti, Donigala 522.

La lite tra Donigala e Mandas

Donigala da qualche lustro era in lite con Mandas per il taglio della legna che questi ultimi, privi di bosco, erano autorizzati ad effettuare nei suoi territori.

La contestazione raggiunse l'apice nel 1807, e si dovette ricorrere alla Reale Udienza la quale decise che il Comune di Mandas poteva passare, fare legna e pascolare il bestiame nei territori che comunque si riconosceva appartenere “incontrastabilmente” a Donigala.

I due comuni erano restii ad accettare il dettato della Reale Udienza che intervenne ancora nel 1811 stabilendo gravi penalità per coloro che non si fossero attenuti alla sentenza.

La sentenza stabiliva che era lecito per gli abitanti di Mandas approvvigionarsi di legna e pascolare il bestiame nei territori di Donigala ma a determinate condizioni: erano esclusi da questo diritto i territori vicini all'abitato, quelli di Pranu Cort'e Accas e di Conch'e Arrizzonis, e quelli che costituivano i prati, le vigne, gli orti, i pascoli del bestiame domito di Donigala e i terreni chiusi.

Erano vietati ai mandaresi tutti i terreni nei quali erano soliti portare il bestiame gli abitanti di Donigala; era proibito ai pastori di Mandas, erigere capanne, ovili o altri luoghi di pernottamento.

Lo spirito della sentenza era quello di permettere il legnatico e ai pastori di Mandas di pascolare nel solo superfluo al bestiame di Donigala”.

La disputa col passare del tempo assunse i contorni di una vera e propria contesa violenta. I pastori di Mandas reclamavano per tenture fatte ai loro danni e per l'impossibilità di usufruire dei pascoli non potendosi trattenere di notte.

Erigere capanne, recinti o ovili d'altro canto avrebbe significato per Donigala una presa in possesso duratura delle terre che il paese non poteva in alcun modo accettare. Insomma una guerra tra poveri.

Le violazioni alle disposizioni della Reale Udienza erano continue tant'è che nel 1828 il Prefetto di Isili, Cadeddu, a seguito di una delibera del Consiglio Comunale di Donigala nella quale si denunciavano gli abusi dei mandaresi, informava della situazione il vicerè invitandolo a un intervento. La situazione rischiava di precipitare nel mese di Giugno dello stesso anno quando, per decisione del consiglio Comunale di Mandas che aveva preventivamente informato l'Intendente Provinciale, Avvocato Francesco Gessa, i mandaresi guidati dal Sindaco avevano aperto una strada per il trasporto della legna in località Bacu Arena (La strada che dal bivio di Sipuda porta alla località di S.Sadurru e fiancheggia la ex discarica di Arcei). Donigala contestava apertamente di parzialità l'Intendente Provinciale, di Mandas anch'esso.

Nella disputa intervenne la reale Udienza con una sentenza del 1831 alla quale il Consiglio Comunale di Mandas si oppose presentando ricorso.

Nel 1832 intervenne la sentenza definitiva della Reale Udienza che stemperò gli animi.Venne ribadito quanto previsto dalla sentenza del 1807, con l'aggiunta che i pastori di Mandas potevano pernottare (ma senza erigere capanne) e usufruire del pascolo superfluo al bestiame di Donigala. Allo stesso tempo anche i Donigalesi alle medesime condizioni potevano portare il loro bestiame nei territori di Mandas. E questo probabilmente pose fine alla lite che in effetti verteva quasi esclusivamente sui pascoli, non essendoci quasi più l'oggetto iniziale del contendere: la legna.

Nel 1832 Donigala contava 489 abitanti, Siurgus ne aveva 679. Mandas era invece un grosso borgo di circa 2000 abitanti.

L'editto delle Chiudende

Nel 1820 Vittorio Emanuele I ° ponendo fine al millenario sistema di possesso comune delle terre emanò “l'Editto delle Chiudende” che si proponeva di istituire la proprietà perfetta e combattere l'assenteismo dei feudatari dalle campagne. L'editto dava facoltà di chiudere con siepi o muri i terreni di uso comune, attribuendone in questo modo la proprietà. I risultati non furono quelli sperati nonostante le buone intenzioni del Governo Sabaudo.

L'editto, che per diverse motivazioni venne pubblicato nel 1823 da Carlo Felice, mise sul lastrico chi non ebbe la possibilità di tancare, e scatenò in molti paesi una corsa alle recinzioni dove i soprusi, gli atti di intimidazione e le violenze vanificarono completamente lo spirito della legge. I ceti più abbienti si impadronirono delle terre, ogni prepotente finì per appropriarsi di quanto aveva a tiro recintando anche sorgenti, abbeveratoi, strade e terre ad uso civico per poi riaffittarle a chi le aveva da secoli utilizzate in comune.

Uno dei più grandi e illuminati intellettuali sardi del novecento, il bittese Michelangelo Pira, legato da motivi familiari a Siurgus Donigala perché qui si è sposato con la Signora Iria Piroddi, scriverà al riguardo:

“Quando fu istituita la proprietà perfetta, con la famigerata legge delle chiudende, si credeva di battere in breccia proprio l'assenteismo. Esaurita la frenetica attività di recinzione delle tancas, i titolari del nuovo diritto che dovevano promuovere il rinnovamento e il “rifiorimento”, così si chiamavano allora le speranze di rinascita, si sedettero sui loro muretti a secco e camparono di rendita.

Anche la toponomastica di Siurgus Donigala cominciò a registrare nomi come sa Tanca Manna, is Serradas, Tanca Soli.

Con il passare degli anni la società agraria riprese le suddivisioni di classe, date stavolta dalle possibilità monetarie e terriere, e ne ricalcò l'architettura sulla base di quella antica feudale, che soppravviverà ancora per molti decenni alla fine dei feudi.

Il principale, “su meri”, era quantomeno fissignorìa, il figlio su merixeddu e su zeraccu precipitò all'ultimo posto della scala sociale.

Il capo dei servi nelle grandi famiglie della fine dell'ottocento era “su sozu”, responsabile dell'azienda; seguiva “su bastanti mannu”, “su bastanti”, “su bastanteddu” in una scala gerarchica che si concludeva con “su boinaxiu” che conduceva i buoi al pascolo.

Nel 1827 venne promulgato il Codice di Carlo Felice che sostituì la Carta de Logu, modificata e aggiustata dagli aragonesi prima e dagli spagnoli poi.

L'abolizione dei Feudi

Nel 1836 venne emanato l'editto con il quale si intendeva abolire i feudi. I feudatari rinunciarono ai loro “diritti” in cambio di una liquidazione in danaro che a pagare furono gli stessi disastrati comuni. Molti feudatari tentarono e in qualche caso riuscirono a specularci sopravvalutando i loro beni finchè vennero istituite delle commissioni per la stima delle proprietà riscattate dai Comuni. Le pretese del Duca di Mandas cui appartenevano Siurgus e Donigala ritardarono di sette anni il riscatto del feudo che si concluse il 3 Marzo 1843 quando venne firmata la convenzione tra il Regio Fisco e Don Pietro de Alcantara-Giron-Beaufort. A Siurgus, Don Pietro possedeva numerosi latifondi nei salti di Serralonga, Genneargiolas, Saresi, Sassai e altri.

I suoi “diritti” erano il lahor de corte, il feudo in danaro, il diritto di fondo, il deghino per pecore e porci, il diritto di cancelleria, penali e machizie, il diritto di gallina e di scolca.

La rendita (stabilita dalla Regia Delegazione nel 1837) era di lire sarde 569.11 a Siurgus e 162.0 a Donigala. Il lahor de corte consisteva in una quantità di grano che si doveva al Duca per quello che si era seminato (non nei terreni del Duca ovviamente, per i quali erano previste le corvèe o prestazioni lavorative gratuite).

Il diritto di fondo si pagava in pochi feudi, compresi i paesi che avevano fatto parte dell'antica Curatoria di Seurgus e consisteva in un tributo dovuto da chi possedeva vigne;

Il deghino non era il tributo di un capo di bestiame ogni dieci o nelle decime dei frutti, ma era così chiamato perché pagavano i soli branchi di almeno dieci capi generativi (de madriedu); altrove veniva chiamato erratico.

Le machizie erano costituite dalle multe per sconfinamento di bestiame nei seminativi; il diritto di scolca era un contributo dovuto per la custodia dei campi; il diritto di gallina veniva invece pagato da tutti i vassalli maritati. Alcuni videro in questo diritto un indizio di quella infame pretesa che esigevano gli antichi feudatari in alcune contrade d'Europa, quando un vassallo prendeva moglie.

Altri diritti erano il focatico, dovuto da ogni persona in quanto tale; il terratico, dovuto dal contadino per poter lavorare la terra.

Erano inoltre dovute numerose tasse sul mosto, sul vino, sulla vendita della carne, sulla pesatura del formaggio, sui forni e sui mulini. Un feudatario arrivò ad imporre ai propri vassalli “sos uppeddos de sos sorighes”, una tassa che serviva a compensarlo del grano che i topi sottraevano dal suo granaio.

L'abolizione degli Ademprivi

Con l'istituzione delle chiudende e l'abolizione dei Feudi, il governo Sabaudo abolì anche “gli ademprivi”, l'antichissimo diritto delle popolazioni rurali di legnare, pascolare il bestiame e seminare nelle terre ex feudali di uso comune. Il Governo pensava di vendere quei terreni e utilizzarne il ricavato per finanziare opere pubbliche e per la costruzione delle ferrovie. Sia a Siurgus che a Donigala i terreni ademprivili risultano divisi in due parti, una demaniale e l'altra comunale. La parte demaniale venne data in concessione, a titolo di sussidio, dallo Stato alla Società Ferroviaria.

Si creò una situazione di estrema confusione che lasciò la legge inapplicata. In molti comuni gli incaricati del rilevamento dei terreni non conoscevano la situazione locale per cui si verificò che nello stesso comprensorio vantassero diritti sia il demanio, sia il comune per gli usi ademprivili che vi esercitavano le popolazioni.

Nel 1840 vennero date disposizioni per la chiusura delle terre e la loro suddivisione in lotti mai maggiori di cinque starelli, stabilendo contemporaneamente il tracciato delle strade comunali e vicinali. I lotti sarebbero stati così assegnati in via amichevole o per sorteggio e quanto non assegnato sarebbe rimasto di proprietà comunale.

Nella maggior parte dei casi, dove permanevano usi comuni, prima di procedere alla suddivisione sarebbe stato necessario determinarne la natura come fecero gli amministratori di Donigala, dove la parte dei terreni soggetti a uso comune venne delimitata e continuò a rimanere ademprivile e fu separata dall'altra che peraltro alla fine rimase di proprietà comunale.

Il comune di Donigala affittava regolarmente i beni comunali per i quali esisteva un regolamento di assegnazione riguardante in particolare i terreni seminativi di s'Utturu Longu (dal cammino in su), Masone Margiani, Cuccuru Murta e Monte Maiori. Divisi in lotti assegnati per estrazione a sorte fruttavano 10 lire annue ogni 40 are, devolute alla cassa comunale (dato del 1877).

Il 5 Marzo del 1844 venivano delimitati i territori ademprivili di Donigala per i quali la legge ne obbigava la suddivisione.

Quest'ultima è importante soprattutto dal punto di vista toponomastico e per qualche personaggio del tempo, mentre non sappiamo nulla della concessione alla società Ferroviaria in quanto una buona parte dei documenti dell'archivio di Donigala sono andati perduti.

Nel 1844 a Donigala ci sono 561 abitanti a Siurgus 787.

In molti altri Comuni non si fece la suddivisione come a Donigala, anzi la situazione fu aggravata dal fatto molti amministratori approffittarono della situazione per chiudere a proprio vantaggio i terreni. Questo fatto creò dei gravi conflitti sociali che si manifestarono con vendette, incendi e ogni sorta di violenza.

La realtà di Siurgus era molto simile a quanto abbiamo appena accennato. A Siurgus venne stabilito e delimitato come ademprivile e quindi di uso comune una parte dei territori che invece appartenevano al Comune di Suelli, mentre i restanti terreni con sospetta premura erano già stati suddivisi e ripartiti. I territori comunali vennero invece venduti. Questo scatenò una serie di contrasti e di abusi dei quali rimangono numerosi documenti.

Godimento in natura dei beni comunali

Il 5 Luglio del 1867 venne redatto il regolamento per l'uso dei territori demaniali che per un triennio passavano al comune. Il regolamento riguardava soprattutto il diritto di raccolta delle ghiande e il pascolo, le modalità per il taglio della legna e la corrispondente tassa da versare.

In base alla legge i terreni ademprivili di Siurgus erano stati divisi in due, una parte venne data dal demanio in concessione alla Società Ferroviaria, l'altra parte spettante al Comune venne deciso fosse venduta tramite asta pubblica prima della scadenza del triennio, dopo il quale sarebbe stato lo stesso demanio a rientrarne in possesso.

Il 28 giugno del 1868 venne stabilito che i beni spettanti dalla divisione dei beni ademprivili tra “la Comune” e la Società Ferroviaria Sarda, in forza della legge, sarebbero stati venduti all'asta in piccoli lotti. L'estensione venne fissata in quattro ettari di bosco di alto fusto e due ettari di ceduo che dovevano essere venduti insieme e costituivano “un lotto”. Il pagamento doveva avvenire a rate in quindici anni ad un tasso di interesse del 5%.

Il Comunale di Siurgus era delimitato dentro questo perimetro: da sa Conca de Turriu a Perdas Arras, Crabili Simoni, Cuadd'Abru, Conca su Sparau, Gutturu Figu, sedda de Nivu, sedda monte Antas, Case Marina, Scrau Nieddu, Lossàra, Perd'e Brentuxiu, Niu Crobu, Funtana Meurra, Sa Perdera e nuovamente a Cuccuru Turriu.

I beni ademprivili invece partendo da Perdas Arras erano delimitati dalla sommità di Cuadd'Arbu, Conca su Sparau, Tanca Cossu Raimondo Antonio, Nuraghe Gega, Nuraghe Tanca Manna, Conca de Pallascius, Arcu Pirastu Mannu, Nuraxi Abrariu, Abrariu, Perdas Arras. Stranamente erano fuori dal territorio di Siurgus, Funtana Longa, Ilixi Bentosu e Funtana Romana indicati appartenenti al Comunale di Suelli e Sisini.

Il 7 gennaio 1877 venne fissato il regolamento per la vendita dei beni ademprivili spettati al Comune pari a ettari 422.25.27 del valore di lire 67.270 ai quali si dovevano detrarre circa 130 ettari del valore di lire 29.600 per diritti di cussorgia. Restavano in effetti 292 ettari circa stimati 36.170 lire. I criteri e la valutazione vennero stabiliti il 14 dicembre dell'anno successivo. La metà uguale spettata alla Società Ferroviaria Sarda era stata venduta al ribasso dal Regio Demanio a 30 lire per metro quadro, con un ricavo di 34.400 lire.

Il Comune di Siurgus stabilì che il prezzo era troppo elevato per i cittadini reduci da una pessima annata agraria. Pertanto furono messi in vendita praticamente a meta prezzo: 18.369,92 lire.

Per decenni si pagheranno le conseguenze della spartizione e della vendita dei beni comunali e ademprivili che costringeranno il Comune di Siurgus a una cronica povertà.

Esistono degli atti del 1922 relativi alla costruzione dell'acquedotto consorziale e del cimitero.

L'acqua arriverà nel 1934 dal Sarcidano, con una rete che parte da Mandas. Per il momento viene erogata con due sole fontanelle in via Curatoria a Donigala e in piazza a Siurgus. Le donne fanno la fila con le brocche e i bidoni di latta, ma ormai sono finiti i viaggi in campagna: l'acqua è potabile.

Siurgus e Donigala visti dal rev. Vittorio Angius e da Goffredo Casalis

Donnigala, villaggio della Sardegna nel distretto e mandamento di Mandas della provincia e Prefettura d'Isili, compreso un tempo nel giudicato di Cagliari con gli altri villaggi del dipartimento Seurgus.

E' tradizione che questo popolo sia derivato dal già estinto, che abitava nella prossima regione di Olvieto, del quale la coltivazione ha cancellato pur le menome vestigie.

La sua situazione è alla latitudine 39 ° , 36' alla longitudine orientale del meridiano di Cagliari 0 ° ,3',30".

Dista da Mandas miglia 4,5, da Seurgus antico capoluogo di Curatoria un miglio scarso, da Goni circa 2 ore in istrada montuosa non carreggevole, da Scalap Eranu in sentieri difficilissimi ore tre, passando il Dosa sur una barca, da Orroli ore due in via tortuosa.

Clima. Siede in un altipiano sotto la influenza di tutti i venti, però predominato dal maestrale. Vi si patisce umidità e freddo, e sono frequenti le alterazioni atmosferiche. Vi piove spesso, vi nevica, e non è rara la grandine. La nebbia si suole spargere ne' luoghi bassi, ma poche volte se ne sperimenta nocumento.

Sono nel villaggio circa 100 case, due contrade principali, ed una piazza detta Sa-Gruji-Santa, dove è la beccheria ed il monte granatico. Le uscite per a Mandas e a Seurgus sono amene, per le verdeggianti siepi de' predii, e per li pioppi, fichi e le querce.

Popolazione. Le famiglie sono altrettante che le case, e le anime 500. Le nascite sogliono esser 12, le morti 8, e 4 i matrimonii. Le malattie frequenti sono infiammazioni al petto e al basso ventre. Il cemiterio è attiguo alla chiesa parrocchiale in sulla estremità del villaggio, e però non conforme ai regolamenti.

Professioni. Le arti necessarie sono esercitate da non più di dieci uomini. Le donne lavorano in 60 telai. L'istruzione primaria non numera più di 7 fanciulli, che pochissimo profittano.

Da questo popolo sono 30 coscritti al battaglione della Trecenta; dieci fanno ogni anno il servigio barraccellare.

Chiese. La parrocchia di Donnigala, già compresa nella diocesi doliense, ora è con questa inclusa nella cagliaritana. La chiesa principale è dedicata alla N.D. di Monserrato, le due chiese filiali sono denominate una da s.Biagio, l'altra da s. Sebastiano. Nella festa della titolare, che occorre addì 8 settembre, si tiene mercato, e corresi il palio. Il parroco ha titolo di rettore, e nella cura delle anime è assistito da un altro.

Agricoltura . L'estensione del territorio è di circa 7500 star. Si suol seminare ogni anno star. di grano 500, d'orzo 70, di fave 80, e poco lino. Il grano produce l'otto. La cultura delle piante ortensi è trascurata. Il vigneto è assai prospero, ma il vino è leggero e di poca bontà per il troppo umore della terra, e più per il metodo perverso della manifattura: se ne raccoglierà circa 12 mila quartare, che si consumano nel luogo. Le piante fruttifere non di molto sopravanzeranno le due migliaje nelle seguenti specie, fichi, peri, susini, meligranati, peschi, giuggioli e pomi.

Il terreno chiuso a tanche sarà poco più del decimo della quantità coltivabile. Or vi si semina, or vi chiude a pastura il bestiame.

Una superficie di circa 2500 starelli, alla parte di levante è selvosa, e tiene tutte tre le specie de' ghiandiferi, molti olivastri e buon numero di alberi che servono solo per costruzione.

Il Donnigalese è alla parte dov'è l'anzidetta selva, assai montuoso, e sono notabili le eminenze di Genna-ruina, Ruina-tobu, S'Acquasalida e Mardeghina, su le quali è aperta allo spettatore una amplissima prospettiva, fuorchè alla parte di mezzogiorno.

In quei monti vanno talora a ricoverarsi quei che diffidano della giustizia. Il mineralogo ha che osservare ne' siti Masonemajore, che dicesi sia dell'ardesia e del ferro ossidato, in Riu de colorus e in Bia de carru, dove trovansi delle terre di color turchino e rosso, che possono servire a' pittori.

Pastorizia. Si numeravano nell'anno 1836 buoi per l'agricoltura 200, vacche e tori 500, pecore 2500, capre 1000, cavalli e cavalle domite 35, giumenti 80. Il prodotto del bestiame è scarso, perché questo è mal custodito ed esposto al rigore dell'inverno senza riparo. Da ogni dieci capi pecorini non si ottiene all'anno più di libbre 100 di formaggio.Il superfluo a' bisogni della popolazione vendesi alla capitale.

Caccia. Trovano i cacciatori cinghiali e daini, lepri e conigli, e tutte le specie di uccelli conosciuti nell'isola.

Acque . Sono in questo territorio molte piccole fonti, dette volgarmente mitzas, che formano alcuni rivi, e vi scorrono due fiumi. Uno di questi è il Molargia, il quale ha sua origine nel Nurrese dalla fonte del Perastro, e alcuni incrementi in quello di Serri dalle acque deis Ceas, e in questo di Donnigala da tre rivi, uno dessa Conca dess'acca, l'altro Masone Margiani, il terzo su Bangiolu, e da altri minori rigagnoli. Dopo un corso di 11 miglia dalle prime sorgenti, va a dar suo tributo al Dosa. L'altro fiume che entra in questo territorio è così denominato Baiezigu, che ha sua origine dalla Mitza Calavrigus in salto di Mandas. Esso quindi procede al territorio di Sisini.

Pesca. Nel Molargia si suol pescare alcun poco di anguille e trote.

Antichità. In varii siti si possono vedere vestigia di antichi edifizii, e paiono essere state popolazioni, sebbene piccole, nominatamente in Ruina-margiani, in Planu-furonis e in Lazzanàu. Non mancano i norachi, ma quasi tutti in gran parte distrutti.

Seurgus, villaggio della Sardegna nella divisione di Cagliari, provincia d'Isili, compreso nel mandamento di Mandas, sotto il tribunale di prima cognizione di Cagliari, e già capo luogo dell'antico dipartimento.

La sua posizione geografica è nella latitudine 39 ° 36" nella longitudine orientale dal meridiano di Cagliari 0 ° 4'.

Siede a piè di un notevole colle che lo ripara dal libeccio ed ha incontro alla distanza d'un miglio un'altra eminenza che lo protegge dal greco restando esposto agli altri venti. Il suolo è più tosto arido, e però le strade poco fangose nell'inverno.

In altri tempi quando fu capoluogo di cantone, era più grande per numero di abitazioni; poi venne in diminuzione ed ora è ordinato fra' comuni di quarto o quinto ordine.

Nell'estate il caldo non è tanto molesto, quanto il freddo nell'inverno, che l'umidità rende men tollerabile. Vi nevica poche volte e il nevazzo sciogliesi presto.

Le pioggie sono più frequenti che nelle regioni vicine, le tempeste di grandine e la fulminazione non rare, come nè pure la nebbia, che suol in certi tempi esser dannosa.

L'aria non si può dire molto pura, perché non mancano sorgenti d'infezione.

Territorio. E' piuttosto ristretto e forse di poco sopravanza le 5 miglia quadrate.

La superficie è rilevata in varie notevoli eminenze, tuttavolta le pendici in alcune parti sono molto inclinate e presentano de'piani assai larghi.

Non sono in gran numero le fonti, ma neppure scarse. Sono tra esse più notevoli le due che si appellano Fontana di Petras-Albas, e sa mitza de Nivu. La prima in distanza di mezz'ora dall'abitato, profonde un'acqua finissima e leggerissima allo stomaco; l'altra in distanza di un'ora, che nell'estate è di una deliziosa freschezza, stimasi minerale e bevesi come medicinale e purgativa, onde in molti paesi della Trecenta mandano a prendere per i loro malati massime frebbricitanti.

I rivoli più notevoli sono due e nominati uno Bau-Piscu, l'altro Zraghé, che scorrono quello a una parte, questo all'altra dell'abitato, e si versano nel rio Sarasi. Nelle parti basse del territorio trovansi qua e là de' pantani, e a mezzo miglio dal paese è una palude che produce de' miasmi. Molti considerevoli tratti di terreno nelle eminenenze sono ingombri di ghiandiferi, delle tre solite specie, roveri, elci e soveri, e più numerosi i secondi. Ma non trovansi piante molto annose.

Gli altri siti incolti sono sparsi di corbezzoli, olivastri, perastri, lentischi con altre varie specie di piante cedue, e si può computare che la superficie occupata dalle selve ghiandifere, dalle boscaglie e macchie, sia approssimativamente la metà dell'area territoriale.

Nelle regioni selvose trovano i cacciatori cinghiali e daini, ma nessun cervo, e non mancano le volpi e le lepri. Nelle chiusure de' poderi si possono prendere molti conigli.

Nell'inverno vengono in grandi stormi a pastura su quei luoghi i merli e tordi, e allora e in tutto il resto dell'anno si prende gran copia di pernici.

Popolazione. Nel censimento del 1846 si notarono per la popolazione di seurgus anime 720, distribuite in famiglie 191 e case 156.

Nell'anno 1834 la popolazione era piu numerosa. In totale anime 774.

I seurghesi sono un popolo tranquillo e laborioso, ma non sanno avvantaggiarsi con la industria perché non v'è chi li illumini.

Amano i divertimenti e nelle feste si sollazzano nei balli, principalmente i giovani.

Ne' festini per gli sposalizi si fanno sontuosi banchetti per tre giorni, e si canta e si danza. Vale anche quì la costumanza che abbiamo notata altrove sui vedovi e le vedove, che lasciano incolta la persona, gli uomini lasciando crescer la barba e tenedosi chiusi ne' loro gabbani, le donne restando in un sordido squallore, e nascoste nel loro velo, evitando gli uni e le altre di trovarsi in luoghi d'allegrezza, e tenendosi in chiesa, quando dopo qualche tempo vi ritornano, negli angoli appartati.

Si continua l'uso dele lamentazioni fatte in versi dalle attitatrici in onore del defunto, e sono scelte le donne della parentela se sieno idonee.

La coltura degli spiriti essendo molto scarsa regnano ancora certe assurde credenze. Nessuna donna oserebbe in giorno di sabbato ordir la tela, nessun uomo travaserebbe il vino o ammazzerebbe il majale, essendo giorno infausto; massime nel sabbato che precede il novilunio, e son rari che non credano nelle stregonerie, nelle ossesse, ne' malefici e ne' brevi (scrittus). Le malattie che dominano in questo paese sono le infiammazioni al petto e all'addome, febbri reumatiche e periodiche autunnali, di rado maligne.

Si ha per la cura degli ammalati un chirurgo ed un flebotomo; ma non pochi si curano dalle persone della famiglia con sudore e dieta.

Nel 1834 erano 36 famiglie che non aveano alcuna proprietà. Tra le altre v'erano alcune che comparativamente avevano molti e grandi poteri.

Sono tra' Seurghesi circa 200, che fanno esclusivamente l'agricoltura, 83 che attendono alla patorizia, 16 a mestieri. A questi si aggiungono due notai, due ministri della sanità e si avrà intera la nota degl'individui delle diverse professioni.

La scuola primaria non ha più di 12 fanciulli, pochi dei quali giungono a malapena a saper leggere. Il numero delle persone che in tutto il paese sappian leggere e scrivere non è più di 10. Le donne lavorano ne' telai per la provvista delle case in pannilani e lini. I telai saranno 160 circa.

Agricoltura. Si semina poco di lino e rende poco.

Pastorizia . Il bestiame di servigio, che educano i seurghesi, si comprende nelle specie e ne' capi seguenti: buoi per l'agricoltura e pel carreggio 200, e vacche manse 60, cavalli 50, giumenti 150, si ha ne cortili gran copia di pollame. Il bestiame rude numera, vacche 310, capre 2000, pecore 3500, porci 1200.

Sono carreggiabili le sole vie a Sisini e a Mandas, nelle altre si va a cavallo.

Religione. Seurgus con la sua curatoria fu compreso nella diocesi di Dolia, ed ora è sotto la giurisdizione dell'arcivescovo di Cagliari. Ha cura delle anime un rettore assistito da due preti.

La chiesa parrocchiale posta al confine dell'abitato ha titolare e patrono il martire S.Teodoro.

Si ha una sola chiesa minore, che si denomina da S.Francesco all'estremità dell'abitato. Non essendosi ancora fatto il camposanto, si seppelliscono i defunti nel recinto di questa.

La festa principale è per il patrono della parrocchia e si suol celebrare nella seconda domenica di giugno, nella quale coincide la dedicazione della chiesa. La gioventù accorrente si sollazza a danzare e poi assiste alla corsa de' barberi.

Antichità Si può notare un sol nuraghe, prossimo alla chiesa parrocchiale, e in massima parte distrutto, dentro il quale si accennano scoperte verso il 1780 alcune anticaglie pregevoli, ma non se ne da alcun particolare.


In sito propinquo all'abitato attuale d'un quarto d'ora, ma più elevato, vedonsi fra molto rottame le vestigie di antiche abitazioni, alle quali è rimasto il nome di Villa di Salamone. Non resta alcuna tradizione su questa borgata; ma è probabile che fosse parte di Seurgus, e che a poco a poco le abitazioni se ne siano rimosse per l'intervallo che ora esiste tra' due punti.

Seurgus era compreso nel feudo di Mandas, che fu poi elevato alla dignità di ducato in favore del feudatario straniero. I vassalli di prima classe pagavano tre quarre di grano e reali otto in moneta. Quei di seconda tre quarti di grano e soldi ventuno, ma gli ammogliati di questa classe dovean pagare soldi venticinque come debitori del diritto di gallina . Il diritto di pastura (sbarbagiu) per le pecore che doveasi da' pastori e proprietarii del bestiame, era di reali 16 per ogni segno (branco dello stesso marchio), che avesse più di venti capi grandi o produttivi; per i porci era di reali dodici per segno di egual numero di capi consimili; ma negli anni di grassa pagavansi scudi quattro in vece di reali dodici.

In questo paese eravi nel secolo XIII potente l'antica nobil famiglia degli Azori. Abbiamo una carta di donna Atzori degli Atzori e di donna Georgia sua sorella, figlia di donno Torgotore de Atzori di Seurgus, che faceano donazione a S.Giorgio di quanto aveano di comun diritto nella villa di Gonni, in piazze, terre, vigne, salti, acque (anno 1215).

Le compagnie barraccellari

Gli addetti alla sorveglianza delle campagne erano presenti sin dai tempi antichi.

A metà dell'ottocento la compagnia di Siurgus si dibatteva in diversi problemi, quali la mancanza di equità sul salario accordato alla compagnia per la parte riguardante le vigne.

Il prezzo della guardianìa però non poteva essere uguale per tutti in quanto vi erano vigne che contenevano anche numerosissimi alberi da frutto di “gran valore, come sono gli oliveti, le mandorle, le mele, i gelsi o i prugni e le “ciriegie”, per il che la compagnìa non risponde solo delle uve, ma più gravosa gli è la responsabilità delle altre frutte, specialmente in questo paese ove queste sono qualità per le quali si manifestano più frequenti i furti per il loro desiderio”.

In una riunione del Consiglio Comunale del 1866 si stabilì che “tutte le vigne e chiusi senza distinzione di estensione che contenevano un numero maggiore di 60 alberi da frutta di oltre un anno di età, di mandorlo, olivo, ciliegio, melo, gelso e prugne, semprechè il proprietario le volesse denunciare alla responsabilità dei barraccelli, avrebbero pagato lire 2.50 per ogni 40 are. Non denunciandole i proprietari sarebbero esenti dal pagamento ma la compagnia non rispondeva dei furti”.

Si stabilirono inoltre dei termini entro i quali i danni andavano denunciati. Questo avveniva l'undici novembre.

Ma già il 30 Maggio del 1866 in una riunione presieduta dal Sindaco Luigi Boi, (medico di professione) era già stata inserita una appendice al capitolato barraccellare che verrà aggiornato definitivamente nel 1870.

In questa appendice si rimarcavano i difetti delle norme in vigore e le difficoltà di formare una compagnia, sia a causa dei bassi salari, che per le penalità da applicare, ma soprattutto per il territorio da controllare che venne delimitato e circoscritto.

Si arrivò così al 1870 quando la compagnìa dei barraccelli divenne un fatto concreto. L'otto maggio venne infatti stabilito e approvato il nuovo capitolato.

 

Ogni barraccello era subordinato ai suoi capi “nel senso voluto dalla legge di marzo del 1848". Per ogni mancanza di ubbidienza non giustificata e di insubordinazione si pagava in favore della compagnia la cifra di 50 centesimi la prima volta, lire 1 per la seconda e lire 1.50 per ciscun'altra.

Tutte queste “mancanze” venivano registrate in un apposito elenco e copia di questo veniva trasmesso all'ufficio comunale per valutare le eventuali richieste future di arruolamento. La Compagnia Barraccellare era tenuta a risarcire tutti i danni dell'annata prima di ricevere quanto pattuito. Questa operazione doveva avvenire entro il mese di agosto, alla fine di ogni esercizio.

Nel 1877 la compagnia di Siurgus era già operante da tempo e numerose erano le richieste di arruolamento. Le nomine venivano fatte dal Consiglio comunale con votazione segreta su ciascun individuo.

Per l'annata 1877-1878 la lista venne ampliata ai seguenti 25 arruolati volontari:

1 Boi Angelo di Felice di anni 32, contadino

2 Boi Federico fu Priamo di anni 27, agricoltore

3 Boi Enrico fu Francesco, 32 anni, proprietario

4 Boi Antonio fu Pasquale, 39 anni, proprietario

5 Desogus Pietro fu Giovanni, 23 anni

6 Dessì Enrico di Antonio, 28 anni, agricoltore

7 Dessì Maurizio fu Felice, 23 anni, agricoltore

8 Desogus Francesco fu Cosimo, 42 anni, porcaro

9 Dessì Luigi fu Antioco, 39 anni, agricoltore

10 Desogus G.Luigi fu Filippo, 39 anni

11 Desogus Antonio, 37 anni

12 Garau Giuseppe fu Luigi, 33 anni

13 Laconi Francesco di Cosimo, 42 anni

14 Muntoni Antioco, 60 anni

15 Muntoni Francesco di Antioco, 28 anni

16 Massa Antonio fu Luigi, anni 43

(tutti agricoltori)

17 Meloni Giovanni fu Francesco, 36 anni, negoziante

18 Meloni Antonio fu Giuseppe, anni 32, agricoltore

19 Piludu Salvatore fu Pietro, 34 anni, agricoltore

20 Piseddu Federico, 50 anni, agricoltore

21 Taccori Francesco, 60 anni, agricoltore

22 Taccori Giovanni di Francesco, 39 anni, negoziante

23 Usai Daniele fu Luigi, 40 anni, agricoltore

24 Ullasci Celestino fu Priamo, 42 anni, agricoltore

25 Mura Salvatore, 33 anni, muratore.


Tutti questi uomini siano stati essi Sindaci, consiglieri o semplici cittadini, salvo qualche rara eccezione, riposano nell'antico ed abbandonato cimitero di Funtana Jossu. E' nostro auspicio che questo piccolo contributo alla storia di Siurgus Donigala, sia d'aiuto affinchè ogni tanto, chi passa da quelle parti si ricordi anche di loro.

Anche a Donigala la compagnia barraccellare era un fatto compiuto da tempo immemorabile. Il regolamento non era dissimile da quello di Siurgus e i territori sotto il loro controllo erano quelli di Donigala non facenti parte del Comunale e dell'Ademprivile. Il 30 ottobre del 1877, sia pure in ritardo rispetto ai tempi stabiliti, venne fatta la designazione dei 23 componenti della Compagnia che avrebbe preso servizio il primo Novembre e il cui mandato scadeva il 1 ° Agosto del 1878.

Vennero arruolati:

Artizzu Serra Raffaele fu Efisio Luigi 37 anni

Anedda Daniele fu Cristoforo 45 anni sergente

Aresu Giuseppe fu Vincenzo 55 anni

Boy Rafaele di Francesco 37 anni

Boy Severino di Daniele 27 anni

Ballicu Efisio Luigi fu Priamo 30 anni

Artizzu Antonio fu Efisio Luigi 30 anni

Congera Efisio Luigi di Francesco 39 anni sergente

Cardia Antonino fu Narciso 37 anni capitano

Corrias Francesco fu Efisio 47 anni tenente

Corda Antonio fu Francesco Maria 38 anni

Corrias Rafaele fu Efisio 38 anni sergente

Corda Luigi fu Francesco Maria 27 anni

Corda Rafaele fu Francesco M. 35 anni

Demuru don Vincenzo fu Efisio 29 anni

Pisano Efisio di Davide 37 anni

Pisano Antonio di Giuseppe 27 anni

Spiga Daniele di Efisio Antonio 46 anni

Sanna Giuseppangelo di Antonio Maria 50 anni

Stori Antonio di Vincenzo 31 anni

Spissu Rafaele fu Federico 41 anni

Setti Giuseppe fu Priamo 31 anni

Tiddia Antonio fu Francesco 46 anni.

Tutti sono qualificati come proprietari fatta eccezione per Tiddia Antonio, muratore. Alcuni di questi erano anche consiglieri o amministratori comunali.

Il 28 Dicembre 1879 vennero apportate alcune modifiche al capitolato barraccellare. In particolare venne portato a 50 il numero dei componenti e definite alcune responsabiltà in merito agli incendi e ai furti di bestiame “soltanto in caso si trovino all'interno delle case”.

Qualche giorno prima, il 23 dicembre era stata ricostituita la compagnia alla quale concorrevano:

Perra Franco Maria fu Pietro 52 anni

Corda Efisio fu Raffaele 57 anni

Aresu Giuseppe fu Vincenzo 56 anni

Casula Eugenio fu Antioco 50 anni

Boy Salvatore fu Giovanni 50 anni

Pisano Antonio fu Giuseppe 28 anni

Artizzu Antonio fu EfisioLuigi 37 anni

Erriu Raimondo fu Gaspare 40 anni

Nurcis Priamo fu Giuliano 45 anni

Corda Antonio fu Franco Maria 39 anni

Corrias Rafaele fu G.Efisio 49 anni

Atzori Saturnino fu Valentino 40 anni

Fenu Giuseppe Fu Antonio 46 anni

Caredda Vincenzo fu Salvatorang. 29 anni

Spissu Camillo fu Giuseppe 48 anni

Soi Mattia di Pietro 27 anni

Soi Angelo di Tommaso 27 anni

Corda Rafaele fu Franc.Maria 38 anni

Anedda Priamo fu Luigi 24 anni

Artizzu Luigi fu Efisio Luigi 44 anni

Desogus Giuseppe fu Raimondo 44 anni

Spissu Efisio fu Pasquale 69 anni

Spiga Daniele fu Efisio Antonio 49 anni

Tiddia Antonio fu Francesco 48 anni

Sanna Giuseppangelo fu Antonio M. 52 anni

Boi Rafaele di Franco 38 anni

Porcedda Giovanni fu Giuseppe 43 anni

Boi dr Cosimo fu Giovanni 41 anni

Demuru don Vincenzo fu Efisio 30 anni

Congera Efisio Luigi di Franco 39 anni

Schirru Bernardo fu Giovanni 37 anni

Setti Giuseppe fu Priamo 50 anni

Fadda Salvatore di Cristoforo 30 anni

Soi Cosimo Fu Giuseppe 44 anni

Setti Celestino fu Priamo 33 anni

Piludu Rafaele di Francesco 25 anni

 

Spissu Rafaele fu Federico 42 anni

Carta Vincenzo fu Giuseppe 33 anni

Olla Giuseppino fu Antonio 33 anni

Fadda Cosimo fu Sperato 45 anni

Anedda Daniele fu Cristoforo 46 anni

Fanni Salvatore di Luigi 30 anni

Boi Piras Raimondo fu Antonio 24 anni

Diana Sisinnio fu Francesco 40 anni

Artizzu Raimondo fu Efisio Luigi 45 anni

Stori Antonio di Vincenzo 34 anni

Utzeri Giuseppe fu E. Elia 31 anni

Piludu Giuseppe fu Antioco 48 anni

Ballicu Efisio Luigi fu Priamo 33 anni

Girau Stefano fu Priamo 45 anni.

Come si vede facevano parte della compagnia barraccellare anche il medico condotto di Donigala dr Cosimo Boi, l'organista della chiesa di Santa Maria, Salvatore Fanni e una parte dei componenti la compagnia negli anni precedenti.

Si pubblica l'elenco intero, nel quale ricorrono dei nomi che si sono tramandati fino a oggi all'interno delle stesse casate, perchè in molti vi riconosceranno i propri antenati.

 

La società

I barraccelli controllavano dappertutto le campagne e ogni proprietà era sorvegliata; l'agricoltura in quegli anni si dibatteva in una profonda crisi che di riflesso si estendeva a tutta la società.

Nel 1867 si posero le premesse per l'istituzione della Banca Fondiaria di Agricoltura, indispensabile per garantire la ripresa dell'attività agricola anche negli anni di carestia. Tutti i proprietari erano in estrema miseria per i falliti raccolti, le imposte erano insopportabili, la siccità era stazionaria da più anni; alla siccità endemica si era aggiunto il flagello delle cavallette che avevano distrutto praticamente tutto. L'usura era una pratica corrente, si arrivava a pagare ai privati tassi di interesse del 10% settimanale. Chi non pagava le imposte rischiava inoltre di vedersi espropriati i fondi dal Demanio.

Nella seconda metà del settecento in Sardegna erano stati istituiti i Monti “frumentari” dal Ministro Bogino, al quale va il merito di aver istituito anche i Consigli Comunali eletti dai cittadini.I Monti frumentari che anticipavano il grano per la semina a interessi contenuti conobbero la crisi alla fine del XIX ° secolo, sia per la mancata restituzione del grano e del capitale prestato, sia perché gli amministratori dei vari comuni che ne ebbero la tutela, ne fecero uno strumento di potere usandone i fondi per la costruzione di opere pubbliche e talvolta per altri fini strettamente personali.

Nel 1867, a Siurgus vennero sistemate le strade interne perchè in alcuni tratti non si poteva transitare. I lavori vennero fatti in economia dai “poveri del paese”.

Poco prima era stata costruita la strada consortile che da Donigala passando per Siurgus arrivava a Suelli. Ricalcava un vecchio tracciato, almeno nella prima parte fino al bivio della vecchia strada per Sisini che scende nella zona denominata sa Roma (1). Tra il vecchio tracciato e quello nuovo rimasero alcuni tratti di terreno inutilizzato che vennero venduti a privati.

La nuova strada partiva dall'ingresso dell'aia di tale Agostino Boi nel luogo detto Argiolas de Susu, sino ad incontrare lo stradone nel punto denominato is Planus e lasciava libera la strada “sa Scala” verso Canau.

Un piccolo tratto di terreno venne recuperato e venduto presso il chiuso Taccori in Funtana Piccinna; un altro piccolo appezzamento venne ricavato dalla “Croce Santa Funtana Piccinna” sino al chiuso di Antonianna Martis e l'altro ancora tra lo stretto di Bidda de Salomone sino alla rampa d'accesso che conduce alla strada di sa Domu de is Abis.

Da queste indicazioni purtroppo non è possibile stabilire dove passasse la vecchia carrareccia. La costruzione del ponte sul rio su Cannisoni risale invece al 1896 e venne realizzata dalla Amministrazione Provinciale.

Nel 1866 si cercò di costruire la strada da Donigala ad Orroli ma senza alcun risultato. Erano in fase di compimento i lavori di due tratti di strada “rotabile”; il primo partiva da Suelli per Sisini e attraversato Siurgus terminava a Donigala. Il secondo partiva da Orroli per Nurri e si collegava alla strada che porta da Serri all'Ogliastra.

I Comuni di Siurgus e Donigala, invitarono quelli di Orroli e di Nurri ad unirsi in consorzio per costruire una strada diretta di collegamento, ma incontrarono la resistenza di questi ultimi che non potevano aggravare ulteriormente i loro bilanci con un'altra spesa. La strada Donigala - Orroli verrà costruita piu di un secolo dopo.

Per vedere attivati i collegamenti di trasporto automobilistico con Cagliari bisognerà invece aspettare fino al 1928. Sarà la SATAS a gestire la corriera “su postali” che parte da Donigala e sul retro ha una scaletta per l'accesso al bagagliaio posto sul tetto della vettura.

Terminava contemporaneamente il servizio della vecchia carrozza diligenza, guidata da Sisinnio Congiu, che trasportava i passeggeri alla stazione di Suelli in coincidenza con il treno.

L'istruzione scolastica a Siurgus nel 1866 era affidata alla insegnante elementare Caterina Selis che si lamentava con il Regio Ispettore Scolastico per il basso stipendio che le veniva corrisposto, pari a 600 lire annue anzichè 650 come concordato.

L'insegnante degli anni precedenti si chiamava invece Giuseppina Gandolfo; percepiva anch'essa 600 lire annue, ma aveva l'alloggio gratis. Nel 1879 era precettore delle scuole di Donigala il maestro Raffaele Masala che curava anche le scuole serali per gli adulti.

Il maestro Masala chiese un aumento e una gratifica proprio a causa dei corsi serali che tenne aperti per due mesi e mezzo senza essere retribuito ma l'amministrazione che non potè temporaneamente esaudire la sua richiesta, si ripromise di provvedere non appena avesse avuto la disponibilità.

Nel 1880 insegnava a Donigala la maestra Anna Vidili Solinas. Durante una riunione dell'otto ottobre di quell' anno il Consiglio Comunale di Donigala costituito dal Sindaco Daniele Boi, Salvatore Boi, Battista Serra, Raimondo Artizzu, Antonio Artizzu, Luigi Artizzu, Fortunato Erriu, Franco Maria Perra, Eugenio Casula, Meloni, Raffaele Artizzu, Don Vincenzo Demuro ed Efisio Luigi Congera, esaminava una richiesta da parte dell'insegnante Agostino Artizzu (fratello dei consiglieri Luigi, Raimondo e Antonio) tendente ad ottenere la reggenza provvisoria della scuola “maschile”, al quale venne affidata.

In quegli anni nella chiesa di Santa Maria a Donigala le funzioni religiose e la messa cantata venivano accompagnate dall'organo suonato da tale Salvatore Fanni che nel 1878 venne ricompensato dalla Amministrazione Comunale con un rimborso di 60 lire.

L'Ufficio postale che serviva i due paesi era da tempo ubicato a Siurgus. Ma il Direttore Compartimentale con una nota del 28 Aprile 1878, fece conoscere che il Ministero, visto il poco traffico, aveva deciso per sua la soppressione sostituendovi un “collettore” e un portalettere rurale. Lo stipendio del primo, pari a 60 lire sarebe stato a carico del Governo mentre allo stipendio del portalettere avrebbe dovuto provvedere il Comune. In alternativa il Governo avrebbe retribuito soltanto un portalettere e l'ufficio sarebbe stato chiuso.

Il Comune accettò la proposta del Direttore Compartimentale per diverse considerazioni. Da tempo immemore l'ufficio postale serviva i Comuni di Siurgus, di Donigala e di Goni, obbligati peraltro a ritirarsi la posta a loro spese presso l'ufficio. Per di più, una parte della corrispondenza era quella che intercorreva tra i numerosi militari di Siurgus e di Donigala arruolati nell'esercito “sotto le bandiere dell'Augusto Sovrano” e la posta era l'unico mezzo di comunicazione tra questi soldati e i loro parenti.

Ma da parte Governativa la soppressione dell'Ufficio era già stata decisa. Dopo un lungo epistolario tra il Direttore Compartimentale e le Amministrazioni Comunali dei due paesi, si riuscì a trovare una soluzione alternativa che evitò ai cittadini di Siurgus e Donigala di doversi recare a Mandas per ogni operazione postale.

Il Comune di Siurgus e quello di Donigala avrebbero però dovuto provvedere al trasporto dei dispacci da Mandas per tre volte alla settimana mentre i costi sarebbero stati suddivisi e ripartiti anche con il Comune di Goni. L'ufficio e il portalettere rimasero.

Lo stesso anno a Siurgus viene nominato un medico condotto , “che assiste gli abitanti gratuitamente, in quanto nel paese si muore senza il minimo aiuto indispensabile”, così è scritto.

A Donigala nel 1879 viene riconfermato il medico condotto dottor Cosimo Boy. La convenzione col dottor Boy era scaduta alla fine dell'anno precedente e gli viene rinnovata per altri quattro anni con uno stipendio annuo pari a lire 1500 e alcuni obblighi: deve curare gratuitamente i poveri, le persone ferite durante le risse e le eventuali conseguenze che da queste ne scaturiscono; nello stipendio è compresa la vaccinazione e sei mesi di ferie nel quadriennio, con l'obbligo per il medico di provvedere a cercarsi e pagare il sostituto durante il periodo di assenza.

Il banditismo era una piaga dell'intera Sardegna; le bardane erano frequenti. Nel 1873 venne compiuta una “grassazione” famosa il cui esito non ebbe gli effetti sperati per i banditi.

L'obiettivo era la casa del Dottor Boi (probabilmente si tratta del medico Luigi Boi, già Sindaco nel 1868, Consigliere Comunale e Assessore in numerose assemblee civiche della seconda metà del XIX ° secolo). La bardana si concluse in maniera rocambolesca e fallì grazie all'intervento degli abitanti di Donigala che armati salirono a dare manforte agli abitanti di Siurgus e con uno stratagemma permisero la cacciata dei banditi che in seguito vennero catturati dai Carabinieri.

Alla fine del secolo imperversava nelle campagne del paese Giuannicu Sedda, un latitante originario di Sant'Andrea Frius.

La storia di Giuannicu Sedda è stata desunta da una poesia apocrifa nella quale il mito del bandito viene risaltato in maniera esagerata. Condannato a 25 anni per la grassazione ai danni di un certo Luisiccu Aresu di Sisini, Giuannicu Sedda evase dal carcere di Cagliari, assieme a un toscano, certo Taveggi o Daveggiu, e compì una serie interminabile di vendette ai danni dei testimoni al suo processo.

Uccise anche il suo compare, reo di “falsa” testimonianza e un certo Ferdinando Atzeni. Anche una donna, Maddalena Soddu, venne assassinata in nome della sua “giustizia”. Cercò di costringere con numerosi atti intimidatori un possidente del suo paese ad uscire allo scoperto; non riuscendovi scatenò la sua vendetta contro il bestiame e le proprietà di quest'uomo che alla fine dovette emigrare. Assieme al suo compagno si appostò all'entrata di Siurgus in attesa di altri presunti testimoni.

Ne uccise uno, Pillimu Anedda, e un altro che era con lui, Peppi Melis, pur colpito riuscì a fuggire ma morì successivamente a causa delle gravi ferite. Quest'ultimo fu vittima innocente di un errore di Taveggi che venne per questo rimproverato aspramente dal compagno.

Le attenzioni dei due banditi vennero quindi rivolte verso un tale Sinniesu che venne eliminato ad Escalaplano. Il 21 maggio del 1895, Giuannicu Sedda abbandonò il suo nascondiglio situato nei pressi di Meson'e Arragana e si diresse a Siurgus dove lo attendevano in un agguato il Brigadiere Bernardini e altri cinque Carabinieri della stazione di Mandas. I Carabinieri dopo un conflitto a fuoco posero finalmente termine alla carriera di latitante e al terrore che Giuanniccu Sedda aveva seminato e lo uccisero in un orto alla periferia dell'abitato.

Il paese

Alla fine dell'ottocento, per chi arrivava da Suelli, la perifera di Siurgus cominciava duecento metri dopo l'ingresso attuale. La strada principale era denominata via Cagliari, (l'attuale via Roma), attraversava tutto il paese che terminava poco più di cinquanta metri oltre il Monte Granatico e si dirigeva a Donigala.

Sulla via Cagliari, poco dopo l'entrata del paese si affacciava sulla destra il vico Vitalia Boi, che ha conservato la stessa denominazione, e la Via Dominiga Toru (via S.Francesco). A Ovest l'abitato si concludeva con la Chiesa di San Teodoro di fronte alla quale c'era soltanto un grande caseggiato che agli inizi del novecento custodirà la mandria di buoi di un certo Antonisceddu Boi; un grande proprietario che era solito far suonare il corno ai suoi aiutanti quando i buoi si recavano all'abbeverata, in modo che i passanti potessero mettersi al riparo. La via San Teodoro era denominata via della Chiesa ed era poco più di un tratturo, dove a malapena passava un giogo. Verrà allargata in seguito alla costruzione della strada che porta a Pranu Seunis.

Dallo Spainadroxiu partiva la via Mandas (via Liguria), mentre l'attuale vico Liguria era denominato via Perra. “Su Spainadroxiu” non era la piazza che si puo immaginare al giorno d'oggi. Era una area di proprietà comunale recintata da un muretto a secco e ingombra di vecchi ruderi. Vi si coltivavano ortaggi e talvolta veniva utilizzata come aia. Tutti gli abitanti di Siurgus si riunirono in quell'orto per assistere stupiti e increduli alle evoluzioni di Don Vittorio Demuro, che sorvolò il paese con il suo aereo poco dopo la prima guerra mondiale.

Via Mazzini, era via Argiolas de Susu e si concludeva poco più di 50 metri oltre l'incrocio con lo stradone, dove iniziavano i vigneti. Via Meridiana era su Strintu de su Lumu e in seguito verrà ribattezzata via Lostia.

Era invece intitolata a San Francesco la parte attuale della stessa via dall'incrocio con la via Merdiana fino al cimitero di Funtana de Jossu, quest'ultimo costruito dopo il 1840. Prima si seppellivano i morti in uno spiazzo adiacente la chiesa di S. Francesco (l'ex Montegranatico).

Era via Funtana de Jossu il tratto finale dell'attuale via Sardegna, che fino a non molti decenni fa era ancora denominata Via Perdaxia. A parte via Settentrione che si chiamava Vico Aia del Conte Lostia, a completare il paese rimanevano soltanto il vico Utzeri, il vico Laconi, il vico Spissu che danno sulla Via S.Francesco e il vico Piroddi. Ricordiamo che nel 1857 gli abitanti di Siurgus erano 819.

Donigala si presentava più articolata e il centro abitato cominciava poco oltre l'attuale incrocio per Mandas. Il primo tratto dell'attuale via Roma si chiamava Via Trexenta, fino all'incrocio con via S.Maria, chiamata allora Via Curatoria fino alla Chiesa. Il secondo tratto era denominato Via Indipendenza e si concludeva con la strada vicinale per Ortulanus.

Le prime case del paese iniziavano nel lato sinistro dell'attuale via Marco Polo, allora strada vicinale Padenti. Via Marconi era Via Deroma. Il centro del paese era sa Gruxi Santa attraversata dalla via Curatoria, mentre via Crespi era chiamata via De Candia. Via Gerrei era denominata chissà perché, Via Speranza; l'incrocio con vico Cardia e Via Scaglioni era Via Carità; il primo tratto della via Settentrione si chiamava via Gavino Fara. Via Cannoni era chiamata Via Diana. Vico Spissu, Via Turri Onniga, Via Amsicora e via Barbagia (quest'ultima con poche abitazioni solo sul lato sinistro) avevano la stessa denominazione attuale; via Garibaldi era conosciuta come bia ‘e Pramas.

La piazza Santa Maria, che non risulta esistente in quanto tale, era un largo spiazzo chiamato via sa Fiera. Era recintata a cimitero una parte del piazzale attuale della Chiesa. All'interno del cimitero esisteva anche una piccola costruzione in muratura.

L'ingresso esterno era costituito da un arco sormontato da un timpano che dava sulla piazza Santa Maria. Un altro ingresso simile si trovava di fronte al portoncino della chiesa, il cui cortile stretto e lungo era murato nel lato sinistro parallelamente all'edificio chiesatico. Il paese terminava, da quelle parti, con un campo nel quale venne in seguito costruito l'asilo e la chiesa di S.Sebastiano, mentre di fronte esisteva un isolato corrispondente a quello attuale.

Era completamente edificata anche la via Cavour che si collegava con lo stradone principale che portava a Siurgus attraverso un viottolo in aperta campagna che è costituito dal tracciato dall'attuale via Cagliari.

La strada per Mandas partiva dalla Chiesa e dalla via Curatorìa e bisognerà aspettare fino al 1949, per vedere realizzata la rotabile bianca innestata allo stradone che si è conosciuta in tempi recenti.

Donigala nel 1857 contava 733 abitanti.

Il territorio di Siurgus e Donigala, manteneva l'antica suddivisione tra pauberile e vidazzone. Il pauberile come abbiamo visto venne suddiviso a Siurgus mentre Donigala lo conserva tuttora come beni Comunali ed ex Ademprivili. Il vidazzone era ed è ampiamente dedito a coltura intensiva asciutta di grano e cereali.

Il “ monte”, era invece ricco di foreste d'alto fusto mai tagliate, in particolare leccio, roverella, quercia, fillirea e corbezzolo, con ampie macchie di secolari lentischi e qualche altra essenza arborea. In questi luoghi continuava a svolgersi l'attività di numerosi pastori e caprari, che rientravano nel paese raramente.

Il nuraghe Lossàra e l'intera zona erano regno di caprari; vi pascolava un numeroso gregge Larenzu Cocco, che ebbe modo di imbattersi e forse, volente o nolente, dovette ospitare Giuannicu Sedda.

La vallata di Figullana era invece il territorio di pascolo di un certo Luisu Pala, che quì conduceva una vita da eremita. Abitava e condivideva un recinto e la capanna con i cani e un numeroso gregge. Si diceva nascondesse uno scusroxiu. Per timore di furti o grassazioni non abbandonava mai il gregge e non rientrava mai in paese, anche se pare fosse uno dei primi della compagnia quando si trattava di organizzare bardane negli altri paesi della Trexenta.

La casa di Genna de Cresia costruita nella seconda metà dell'ottocento da Salvatore Mura era invece abitata e costituiva il nucleo dell'azienda del Dottor Eugenio Boi. Nella zona si seminava e si mieteva il grano fino a Quadd'Abru e a Carraxius Antoni. Da quelle parti c'era anche l'aia; il grano veniva trasportato in paese con il carro mentre la paglia serviva per il numeroso bestiame che vi si pascolava. Si deve al dottor Boi la costruzione su pianta preesistente e di origine giudicale, della grande corte di su Pezzu Mannu. Il sepolcro del Dottor Eugenio Boi è quello che si vede ancora oggi con una statua nel vecchio cimitero di Funtana Jossu. A fianco sono presenti anche le spoglie della moglie, Battistina Fadda, che morì lo stesso giorno probabilmente per il dolore causato dalla scomparsa del marito.

Era abitata fin dai tempi più antichi la casa di su Truncu de s'Ollastu dove si conservava anche la mola. La casa costituisce uno splendido esempio mai valutato di antica costruzione montana, risalente probabilmente al settecento.

A fine ‘800 ebbe un enorme successo popolare anche a Siurgus e Donigala “il Gran Pescatore di Chiaravalle”, un almanacco nel quale c'erano le previsioni del tempo. Era più conosciuto con il nome di “cerafraulas”, e gli si attribuivano doti di infallibilità.

L'attività dei pastori era intensa e le campagne erano costantemente vigilate. In ogni angolo anche remoto sorgevano recinti e capanne. Giuanni Toro pascolava un gregge nei circa mille “mois” di Mesoni Mintza sa Perda, nel salto di Don Giovanni Demuro. Riuscirà nel tempo, con sacrifici impensabili al giorno d'oggi, ad acquistare dei terreni suoi. Il salto di Levanti apparteneva invece a Filomena Pes, la stessa che cederà qualche ara di terreno a Pardu Bois per la costruzione delle scuole elementari consortili.

A Sa Corte de Ittuha abitava invece un certo Battista Urrai, fonnese, che vi pascolava un migliaio di pecore, mentre piscina Zappulatrixi era il rifugio di un certo Giovanni Rosas, pastore di San Basilio; e infatti da lui ha preso il nome anche la località chiamata appunto Mesoni de Giuanni Rosas. Era assiduamente frequentata anche la zona di Pallaxius, nella quale c'erano numerose aree coltivate.

La foresta copriva gran parte dei valloni e vi si poteva trovare ancora qualche raro cervo mentre nel Monte Moretta e nei dintorni era presente il muflone cacciato soprattutto dai gonesi. La zona offriva rifugio fino a non molti anni fa anche all'aquila, presente anche nell splendido vallone di Crastu e nei monti di Siurgus in particolare a Quadd'Abru e Corrazz'e Puddai.

Le foreste erano intonse e mai tagliate ma la costruzione delle ferrovie e il fabbisogno di legname ne decretarono la devastazione. Una delle ultime a cadere sotto le scuri di tagliatori toscani, calabresi e abruzzesi sarà la foresta di Perd'e Collina, negli anni ‘30. I tagliatori vi rimasero circa tre anni. Gran parte dei tronchi servirono per traversine e legname da costruzione che veniva trasportato con i carri, mentre il resto veniva trasformato in carbone. La zona era talmente frequentata che un certo Giorgio Frunzerolli, toscano, costruì la casetta di Perda Collina e vi aprì uno spaccio gestito con la moglie, per vendervi le provviste.

Non venne mai toccato invece il residuo lembo di foresta di s'Abioi, regno di Circone Laconi e del vicino di pascolo Luisu Massa che a s'Utturu de sa Lua pascolava un migliaio di capre a “cumone” con il Conte Lostia.

Sopravvissuta in parte alle devastazioni del XIX ° secolo, la foresta di lecci plurisecolari di s'Abioi mostra ancora oggi intatti alcuni segni dell'antica bellezza.

Resta ancora uno dei pochi angoli di foresta primaria scampati alle spoliazioni autorizzate dal Governo Sabaudo e perpetrate dall'avidità dei nuovi proprietari, che svendettero per poche lire ai continentali un immenso patrimonio boschivo e ne decretarono la distruzione. In Sardegna furono rasi al suolo senza alcun criterio 6000 km quadrati di boschi. Nel caso di s'Abioi le scuri dei carbonai si fermarono appena in tempo, non prima di aver portato desolazione e desertificato le alture circostanti.

Tutta la foresta e la zona boschiva di Siurgus da Bucca de Inferru a Nivu, conobbe le carbonaie delle quali restano numerose tracce. La foresta in questa parte di territorio non si riprese più, tanto fu rovinosa l'opera dei taglialegna. Il tratto di foresta di s'Abioi è rimasta per fortuna. Vecchi e nuovi proprietari, con accortezza, hanno custodito gelosamente il luogo con il rispetto e la dignità che merita questo interessante lembo di foresta primaria che ha pochi eguali soltanto in qualche remoto angolo del nuorese.

Tra i lentischi che in alcuni casi hanno assunto dimensioni arboree, qualche olivastro e alcune roverelle, domina alto fino a 25 metri il leccio quì al massimo sviluppo della specie. Alcuni esemplari imponenti denotano una età millenaria e si percorrono centinaia di metri senza che la luce raggiunga il suolo sgombro da sottobosco. L'Ilice nera ne ha impedito lo sviluppo.

La zona parrebbe prendere il nome dalla lavanda (Lavandula Stoechas), l'arbusto profumato che cresce nei dintorni, anche se abioi in sardo è un termine ambivalente e viene così chiamato anche il gruccione (su marragàu) che solitamente nidifica in prossimità dei corsi d'acqua e si ciba soprattutto di api.


L'uomo vi stabilì alcune dimore già nel neolitico e la zona venne initerrottamente abitata fino a non molti decenni orsono. Si denotano, autentiche testimonianze archeologiche della vita pastorale dell'ottocento, diverse costruzioni, recinti e corti per il bestiame disposte attorno alle gigantesche rocce coperte di edera e una casupola ristrutturata.

La foresta è un angolo di paradiso verde che ha attraversato la storia per arrivare intatta fino al nostro tempo.

Altri relitti vegetali di passate epoche storiche si ritrovano in particolare nel Monte Moretta, nella vallata di su Muru Mannu, a Genna de Cresia, Perda Collina e su Truncu de s'Ollastu.

Quest'ultima località presenta una specie di fillirea con un particolare endemismo. Un monumentale olivastro plurisecolare nei pressi della casa di Genna de Cresia venne salvato dalle scuri dei taglialegna negli anni trenta, grazie all'intervento dei pastori della zona che lo difesero in maniera quasi violenta.

Rilevanti e assolutamente rari sono due fichi plurisecolari presenti nelle adiacenze di Corte Carroccia, che producono un frutto commestibile appartenente a una specie praticamente estinta altrove. I monumentali fichi hanno tronchi di svariati metri di diametro, ma non superano i cinque metri d'altezza a causa delle potature. Probabilmente risalgono al XIV ° secolo, e sono stati piantati dagli abitanti del villaggio abbandonato in seguito alla peste del 1348.

I gelsi che ancora si ritrovano nella stessa località vennero messi a coltura in seguito agli interventi governativi degli anni 1787-1789, quando vennero emanati diversi provvedimenti tesi ad incoraggiare e favorire lo sviluppo della gelsicoltura e l'allevamento dei bachi da seta.

 


“Sa festa de is Bagadius”

A Siurgus si celebrava una antichissima festa la cui origine si perde nella notte dei tempi: la Festa dei Bagadius. La festa durava otto giorni, dal secondo martedì fino al terzo lunedì di ottobre.

Con essa si celebrava la Bayanìa, l'età nella quale i giovani erano maturi per il matrimonio. La domenica aveva luogo la benedizione della croce e una processione dedicata alla Vergine Addolorata alla quale partecipava tutta la popolazione. Gli “obredis” bagadius non potevano essere più di quattro.

La croce portata in processione era rivestita di pane lavorato a coccois, pesava all'incirca venti chili e il suo rituale prevedeva un meticoloso rispetto delle posizioni assunte da ciascuna figura della quale anticamente facevano parte 8 caprioli, 8 cavalli, 4 pippias, 4 arregulas ( pani in forma di croce greca) e 9 coccois de pitzus per un totale di 34 pani. Al centro veniva collocato s'Anguli, il pane più grosso.

E' curioso che questo vocabolo derivi dall'arabo magrebino angul, termine che sta ad indicare una schiacciata di pane con uno o più uova sode nel mezzo. Finita la festa il pane veniva suddiviso tra tutte le famiglie che lo tenevano quale rimedio contro le malattie.

La festa aveva soprattutto una parte laica che aveva inizio il martedì notte con la confezione del pane nella casa del primo obriere. Questo doveva avere una casa con una “lolla” nella quale venivano accolti i giovani e dove si svolgevano i balli negli intervalli della lavorazione del pane.

Il giovedì mattina gli obrieri si recavano in montagna a portare in paese sa “bacca de i Bagadius”, che veniva accolta all'ingresso del paese dalle bagadias (le ragazze nubili) che la infioravano e le mettevano al collo una campanella tenuta da un collare lavorato artisticamente. La vacca veniva portata in corteo e condotta nel cortile della casa del primo obriere dove restava fino al sabato quando veniva sacrificata per il grande pranzo che si svolgeva la domenica e al quale partecipava un rappresentante di ogni famiglia.

La festa riprendeva il sabato e proseguiva fino al lunedì notte, giorno in cui si svolgeva un ultimo pranzo tra gli obrieri e quelli che erano incaricati di organizzare la festa l'anno successivo. Si ballava con le launeddas e gli intervalli erano dedicati a s'Andimironnai e ai muttettus giocosi e improvvisati nei quali si alternavano normalmente un uomo e una donna. Questa festa con forte connotazione pagana, venne abbandonata nel 1952 e non più ripetuta.

Avvenne durante uno di questi festosi rientri in paese che la vacca sacrificale, che pare fosse invece un torello, si imbizzarrì seminando il panico tra la popolazione, imboccò il primo portone aperto e si rifugiò all'interno della casa dei Conti Lostia in via Meridiana dove mise a soqquadro il giardino e quanto trovava a portata di corna. La festa stava per trasformarsi in tragedia e nessuno aveva il coraggio di intervenire in qualche maniera per bloccare l'animale infuriato.

Finchè comparve un vecchio, tale Giorgio “Bruzzoni”, che a quanto si dice sembrava reggersi in piedi a malapena. Mentre tutti i presenti lo sconsigliavano dall'affrontare una situazione così difficile, ziu Bruzzoni, allontanò tutti e chiese di essere accompagnato all'interno del cortile da un giovane al quale diede in mano la sua giacca. “Agitala quando ti faccio segno io” gli raccomandò. E così accadde. Il torello appena vide il vecchietto gli si avventò, ma distratto dalla giacca si ritrovò gambe all'aria tenuto per le corna e atterrato da una abile mossa di ziu Bruzzoni. Il resto della storia ebbe il solito finale.

Da tempo immemorabile e fino al metà del secolo scorso si teneva a Siurgus anche la festa campestre di Santa Susanna .

Organizzata da un comitato di sole donne la festa si svolgeva nella prima decade di agosto, quando il simulacro veniva portato in processione dalla parrocchia di San Teodoro alla località campestre di Santa Susanna, distante alcuni chilometri. La chiesetta non venne mai portata a termine e non ha mai avuto un tetto tant'e' che durante la Messa il simulacro della Santa veniva appoggiato su un tavolo.

Finite le cerimonie religiose la gente si radunava nelle locande che vendevano solo vino e nei prati circostanti dove in genere si consumava il pranzo portato da casa. La festa conobbe alcuni problemi di ordine pubblico e alla fine venne cancellata dopo la seconda guerra mondiale.

La gara poetica

Durante le feste patronali la gente si divertiva con i balli sardi e assisteva alle gare poetiche.

La poesia, quella improvvisata, era tramandata fin dalle più remote antichità. Il più grande di tutti gli improvvisatori dell'800, Melchiorre Murenu, cieco e salace non fece purtroppo in tempo a partecipare a quella che fu l'invenzione di Antonio Cubeddu. Melchiorre Murenu venne scaraventato a tradimento da una rupe da alcuni sicari, forse per aver espresso un giudizio troppo severo sulla pulizia di Bosa e su alcuni noti personaggi del tempo. Nel 1896 alla festa del Rimedio di Ozieri, Cubeddu invitò i migliori poeti improvvisatori del Logudoro, dando inizio a quella che in poco tempo divenne una delle forme artistiche più importanti e caratteristiche delle feste popolari: la gara poetica.

La gara aveva alcuni momenti ben precisi distinguibili in tre fasi: l'esordio, dove il poeta normalmente si presentava e poi si sbizzarriva con un tema libero;

la gara vera e propria con gli argomenti sorteggiati per la serata;

la duina e le battorinas, di contenuto divertente e infine “sa moda”, generalmente in onore del Santo che si festeggiava, e che venne introdotta in tempi successivi.

Inizialmente si trattava di una vera e propria gara dove soltanto il poeta ritenuto vincitore da una giuria veniva ricompensato. Poi venne stabilito un compenso per tutti i partecipanti.

I nomi mitici che circolavano anche a Siurgus Donigala erano quelli di Antonio Cubeddu e Giuseppe Pirastru di Ozieri, Gavino Contini di Siligo, Salvatore Testoni di Bonorva, Pittanu Moretti di Tresnuraghes, Antonio Farina di Osilo e Antonio Andrea Cucca di Ossi. La mancanza di mezzi di trasporto, che rendeva difficile lo spostamento dei poeti, non impediva alle loro poesie e alle gare di circolare trascritte su dei libretti che venivano venduti nella festa oppure “tramandate” oralmente da chi le imparava a memoria.

Le gare trattavano (e trattano) argomenti contrapposti in cui ciascuno assumeva una parte e svolgeva il tema che gli veniva assegnato (il pastore e lo scrivano, l'uomo e la donna, la virtù e il vizio o il bandito e il carabiniere).

Talvolta gli improvvisatori erano tre e allora i temi venivano adeguati di conseguenza.

I primi del novecento e soprattutto gli anni ‘20 videro sorgere nuovi astri che affiancati a quelli già nominati, grazie alla migliore possibiltà di spostarsi, animarono anche le feste di San Teodoro e Santa Maria. Rispondevano ai nomi di Salvatore Tucconi, Gavino Contini, Barore Sassu. C'era tra loro anche una donna, Maria Farina, che partecipo' a una gara proprio a Siurgus Donigala. Nel 1924 iniziava la carriera il poeta che a detta degli esperti fu il migliore di tutti: Remundu Piras di Villanova Monteleone, protagonista di una memorabile gara a Donigala.

Il consorzio per la costruzione delle scuole elementari

Nel 1906 il Comune di Siurgus nominò il tecnico per lo studio del progetto per la costruzione della strada di collegamento con la stazione di Pranu Seunis. Progettata nel 1911 dall'Ing. Severino Piacenza la strada verrà realizzata dalla Provincia intorno al 1916. Su Pontisceddu e diverse altre opere vennero costruite dal muratore di Siurgus, Giuseppe (Pineddu ) Mura, che realizzò anche i ponti originari della strada per Mandas. Con i mezzi di allora, Pineddu Mura installò anche la croce tuttora presente sulla sommità del campanile della Chiesa di San Teodoro.

Uno dei primi passi verso l' unificazione di Siurgus e Donigala si verificò nel 1908 e fu originata dalla necessità di realizzare il nuovo edificio scolastico.

Il Prefetto, “ritenuto che nei comuni di Seurgus e Donigala Seurgus si rende necessaria la costruzione dell'edificio scolastico; veduta la deliberazione 10 Febbraio 1908 n.6 con la quale il Consiglio Comunale di Seurgus dichiara di costituirsi in consorzio con quello di Donigala Seurgus per provvedere alla esecuzione di detta opera, e l'altra del 16 detto n. 3, con la quale il Consiglio Comunale di Donigala stabilisce di non accogliere la proposta di costituzione del consorzio;

Ritenuto che la popolazione dei due Comuni, secondo i risultati del censimento del 1901, non raggiunge i duemila abitanti; che la distanza che intercorre fra i due Comuni è di un solo chilometro, e della località in cui dovrà sorgere l'edificio scolastico i Comuni predetti sarebbero rispettivamente distanti cinquecento metri; considerato che le condizioni finanziarie dei due Comuni sono poco floride, che di fronte al vantaggio economico del consorzio non reggono le osservazioni mosse dal Consiglio Comunale di Donigala Seurgus sulla distanza dall'abitato al punto dove dovrà essere costruito l'edificio ad uso scuole

Decreta:

I Comuni di Seurgus e Donigala Seurgus sono costituiti in Consorzio per provvedere alla costruzione dell'edificio scolastico.”

Cagliari 20 Giugno 1908

Come si vede l'unione dei due Comuni non trovava tutti favorevoli e la creazione del Consorzio fu subito oggetto di contrasti. Donigala non era d'accordo sulla localizzazione dell'area ne tantomeno voleva il Consorzio e il Prefetto di Cagliari dovette agire di imperio e imporre la sua volontà. Il provvedimento prefettizio venne impugnato dal Comune di Donigala che il 21 Agosto presentò un ricorso al Ministero dell'Interno. Ma il termine di trenta giorni stabilito per la presentazione era ormai trascorso e così il Presidente del Consiglio Dei Ministri, Giolitti, stabilì con un decreto firmato a Roma il 20 Novembre 1908, che il ricorso di Donigala era inaccettabile.

Il Consorzio era da fare. Il 24 Gennaio del 1909 il Consiglio Comunale di Donigala, convocato dal messo comunale Antonio Artizzu, riunito in seduta straordinaria nomina i propri rappresentanti in seno al consorzio.

Il 14 Marzo si riuniscono a Siurgus i rappresentanti dei due Comuni per l'elezione del Presidente.

Sono presenti per Siurgus il Sindaco don Giovanni Agostino Demuro, Antonio Martis Perseu e Alfonso Piroddi; la delegazione di Donigala è costituita dal Sindaco don Vincenzo Demuro, Valentino Erriu e Raimondo Boi.

Dopo due votazioni viene eletto presidente don Giovanni Demuro con quattro voti.Il progetto per la realizzazione del caseggiato scolastico viene affidato all'Ingegner Antonio Marini di Cagliari che lo porta a termine il 25 Settembre del 1910.

Nella relazione si possono leggere numerose informazioni sullo stato del paese nel primo decennio del novecento.

“I due Comuni di Siurgus e Donigala nei quali i locali per le scuole che attualmente occupano sono poco atti allo scopo, per essere ristretti, poco illuminati e anti ingienici, con lodevole pensiero (mai abbastanza lodato) si riunirono in consorzio per la costruzione di un casamento scolastico che accolga la scolaresca ove questa raccolga tutte le comodità, l'igiene e proprietà che richiedono i tempi nuovi ecc.ecc.(...)”

Viene espropriato il sito prescelto per la costruzione dell'edificio costituito da terreno “aratorio” in localita Pardu Bois, appartenente a Meloni Raimondo fu Giovanni, confinante lungo la strada Provinciale valutato 214,88 lire, di are 17.19. Poiché non lo si ritiene sufficiente vengono espropriate altre 5 are appartenenti a Pes Filomena fu Efisio del valore stimato di 65.25 lire “per poter accedere al campo sperimentale direttamente dalla strada”.

La relazione dell'Ing. Marini descrive quanto si intende realizzare nel terreno (...) posto a metà della distanza che passa tra i due comuni, indicata in circa 800 metri.

“Nel 1910 il comune di Siurgus ha iscritti nelle scuole 65 maschi e altrettante femmine mentre a Donigala sono ripettivamente 44 maschi e 56 femmine”.

Vengono progettate sei aule capaci ognuna di 50 alunni. I cortili di ricreazione e ginnastica sono previsti in modo da tenere separati i maschi dalle femmine così pure le aule. ”Il fabbricato consta di due piani, dei quali quello terreno sarà destinato alle femmine e il primo ai maschi”.

La recinzione viene prevista sia con muro a secco, oppure con fichi d'india. In quest'ultimo caso la spesa per la recinzione viene dimezzata ed è pari a 200 lire.

Fa riflettere il capitolo che riguarda la pavimentazione:

“I pavimenti delle aule si sono progettati con palchetto di tavole, per le condizioni speciali che si verificano nei nostri paesi. Per lo più i nostri ragazzi vanno sempre, ed anche a scuola, scalzi, ed è ovvio trattenersi a dimostrare come in questo caso il piede nudo stia più caldo sul tavolato che non su un pavimento di cemento”.

L'importo totale che si ritiene di dover spendere per la costruzione è di lire 34.170, da ripartire tra i due comuni in ragione della loro popolazione. Nel 1910 la popolazione di Siurgus è di 941 abitanti, a Donigala gli abitanti sono 795.

La gara d'appalto va deserta nonostante l'aumento del 10% proposto dal consorzio.

Si fa viva a questo punto l'impresa Delogu Raimondo, capo mastro di “Quarto Sant'Elena” che ottiene la concessione del lavoro tramite trattativa privata. La costruzione dell'opera va comunque a rilento; c'è penuria di materiali e di legname. L'ing. Raffaele Sanna nominato direttore dei lavori nel 1913, ha qualche dissapore con gli amministratori, che non vedono una sua assidua presenza in cantiere. L'ingegnere fa notare che non avrà nessuna difficoltà a dimostrarsi più assiduo “ove, beninteso, il Comune voglia con maggior assiduità verso il passato soddisfare i suoi impegni”. La solita questione di soldi che tardano ad arrivare.

Anche l'impresa Delogu reclama quanto di sua spettanza; il 24 Novembre 1914 chiede anche il pagamento di quanto gli è dovuto riguardo alla sistemazione di Funtana Piccina e del collocamento dei fanali nelle vie del paese.

Gli amministratori intervengono più volte per modifiche in corso d'opera, ma è soprattutto il materiale edile che non si trova. Il primo giugno il Consorzio presieduto da don Efisio Demuro e i consiglieri Alfonso Piroddi e Francesco Boy Lai per Siurgus, Angelo Soi e Fortunato Spissu per Donigala, chiedono l'ennesima modifica in corso d'opera. Optano infatti per una copertura con tavelle anzichè in canniccio.

In piena guerra mondiale il tormentone dell'edificio più contestato della storia recente di Siurgus Donigala, non accenna a concludersi.

Il costo dei lavori è salito tra imprevisti e modifiche in corso d'opera a 42.900 lire, rispetto alle 37.587 autorizzate il 9 ottobre 1913 dalla Regia Prefettura. Il direttore dei lavori l'ing. Raffaele Sanna intanto è partito in guerra, lo sostituisce l'ing. Pietro Setti che il 15 Gennaio 1916 certifica che i lavori sono completamente ultimati.

Viene richiesto il collaudo al Genio Civile che invia l'ing. Efisio Loy Isola. La visita ha luogo il 10 e 11 agosto del 1917.

Intervengono al collaudo oltre ai personaggi già citati, il costruttore Raimodo Delogu, il Presidente del Consorzio Siurgus Donigala, Avv. Alberto Lostia di Santa Sofia e il vice Presidenta Don Efisio Demuro. Vengono fatti dei rilievi sulle varianti effettuate e su alcune carenze: vetri rotti, prospetti modificati, bagni senza sifoni e spessore del legno del tavolato del primo piano di misura inferiore a quanto stabilito.

Sembra che le cose vadano bene, salvo alcune eccezioni per le quali il collaudatore si riserva di comunicare “sue disposizioni”. Infatti non va bene tant'è che quattro anni dopo il 5 Gennaio del 1923, il Commissario Prefettizio di Siurgus si lamenta con il Prefetto asserendo che la spesa di 45.542,26 lire ha prodotto un “edificio che sorge maestoso in amena località, senonchè per la inesplicabile ostilità del comune di Donigala e per una deplorevole, anzi delittuosa incuria dei due comuni consorziati è stato ed è tenuto nel più completo abbandono e sta rovinando quasi dappertutto”.

Le volte sono crollate e l'acqua entra dal tetto rendendo gli ambienti quasi inabitabili e pericolosi: “Gli alunni pertanto disertano la scuola (...), seguendo l'andazzo dei tempi ormai fortunatamente trascorsi, trovano buon gioco per sottrarsi a quella nobile disciplina ..”. Probabilmente i dissidi tra i rappresentanti dei due comuni vanno ricercati nel disaccordo iniziale sulla presidenza del Consorzio e a rimetterci fu l'edificio scolastico.

Un tentativo di riparare il tetto venne fatto senza esito nel 1922. Finalmente, nel 1926 con un progetto redatto dall'Ing. Serra di Santa Maria, le scuole furono riparate e i dissidi più o meno politici tra le due amministrazioni comunali, si placarono. Erano passati 20 anni dalla progettazione iniziale.

La grande guerra

Nel 1915 l'Italia entra in guerra. Numerosi giovani di Siurgus e Donigala vengono arruolati e partono per il fronte dal quale cominciano ad arrivare i comunicati con la notizia dei tanti valorosi giovani caduti in combattimento; quasi tutti sono soldati di fanteria. Molti appartengono alla Brigata Sassari che si coprirà di gloria anche durante le giornate nelle quali l'esercito italiano rischia la catastrofe. Le donne del paese vestono il lutto:

I Caduti della “Grande Guerra” 1915-1918 *

Boi Agostino

nato a Donigala il 16/3/1886

morto a 32 anni il 27/11/1918 al fronte per malattia

soldato dell'86 ° Reggimento Fanteria

Boi Giovanni di Francesco

nato a Siurgus il 9/12/1890

morto a 27 anni il 19/6/1917 sul monte Colombara in combattimento

soldato della 711^ Compagnia Mitraglieri

 

Boi Giovanni di Raimondo

nato a Donigala il 24/3/1896

morto a 19 anni il 17/12/1915 ad Alghero

soldato del 45 ° Reggimento Fanteria

Boi Raffaele

Boi Salvatore

nato a Siurgus il 4/7/1882

morto a 36 anni il 4/12/1918 al fronte per malattia

soldato della Brigata Sassari 152 ° Fanteria

Boi Vincenzo

nato a Siurgus il 5/12/1894

morto a 21 anni il 13/11/1915 sull'Isonzo in combattimento

soldato della Brigata Sassari 152 ° Fanteria

Congiu Luigi

Cirino Antonio

Desogus Daniele

Nato a Siurgus il 9/5/1886

Morto a 31 anni il 10/10/17 in Libia, per ferite riportate in combattimento

Sottotenente delle truppe coloniali

Desogus Giovanni

nato Siurgus 16/6/1896

morto a 21 anni in combattimento sull'Altopiano di Asiago il 5/12/1917

Soldato del 130 ° Reggimento di Fanteria

Erriu Baldassarre

nato a Donigala il 3/1/1888

disperso il 21/8/1915 sul Monte San Michele in combattimento

Soldato della Brigata Sassari 151 ° Fanteria

Fadda Antonio

nato a Siurgus 11/5/1881

morto a 38 anni il 3/7/1919 al ritorno a Siurgus a causa delle ferite riportate in combattimento

soldato del 216 ° Reggimento Fanteria

 

Fadda Beniamino

nato a Siurgus il 23/1/1889

morto a 26 anni il 27/7/1915 sul Monte san Michele in combattimento

soldato della Brigata Sassari 151 ° Fanteria

Fadda Eugenio

Manca Teodoro

nato a Siurgus il 16/3/1897

scomparso in mare a 21 anni il 17/3/1918

soldato del 39 ° Reggimento fanteria

Massenti Angelo

nato a Siurgus il 20/12/1889

morto a 26 anni il 16/8/1915 al fronte per malattia

soldato della Brigata Sassari 151 ° Fanteria

Melis Antonio

nato il 24/12/1886

morto a 31 anni l'8/10/1917 in combattimento sul fronte a Tolmino

soldato del 219 ° Reggimento Fanteria

Melis Benigno

Melis Fortunato

Melis Giuseppe

Melis Vittorio

Monticelli Angelo

nato a Donigala il 5/2/1892

morto a 25 anni il 7/6/1917 per ferite

soldato del 210 ° Reggimento Fanteria

Orrù Giuseppe

nato a Siurgus il 21/8/1891

disperso in combattimento sul Monte Col di Lana il 15/6/1915

soldato del 46 ° Reggimento Fanteria

 

Pinna Raffaele

nato a Siurgus il 10/7/1895

morto a 22 anni il 27/4/1917 in prigionia

soldato della Brigata Sassari 152 ° Fanteria

Piroddi Benigno

nato a Siurgus il 4/10/1890

morto a 29 anni l'11/3/1919 nell'ospedale da campo per malattia

maresciallo del 1 ° Reggimento Genio

Piroddi Generoso

nato a Siurgus il 7/1/1890

morto a 28 anni il 26/11/1918 per malattia

caporale del 226 ° Reggimento Fanteria

Podda Benedetto

nato a Siurgus il 20/6/1893

morto a 23 anni sul fronte

Soldato della Brigata Sassari 152 ° Fanteria

Porcedda Benedetto

nato il 1/3/1884 a Selegas

morto a 34 anni il 6/2/1918 a Cava dei Tirreni per malattia

Soldato della Brigata Sassari 151 ° Fanteria

Puddu Giuseppe

Serra Giuseppe

nato a Siurgus il 10/1/1897

morto a 22 anni a Cagliari per malattia

soldato del 205 ° Reggimento Fanteria

Serra Salvatore

nato a Siurgus il 31/3/1895

morto a 20 anni il 25/12/1915 sul Carso

soldato della Brigata Sassari 151 ° Fanteria

 

Serra Vitale

nato a Siurgus l'8/10/1890

morto a 26 anni il 6/7/1916 sul Monte Zebio in combattimento

soldato dell'84 ° Reggimento Fanteria

Setti Beniamino

nato a Siurgus il 18/9/1886

morto a 30 anni il 16/6/1916 sull'altipiano di Asiago in combattimento

soldato della Brigata Sassari 151 ° Fanteria

Setti Giovanni

nato a Donigala il 12/8/1894

morto a 24 anni il 6/12/1918 per ferite

soldato del 232 ° Reggimento Fanteria

Setti Nicola

nato a Donigala il 2/3/1883

morto a 34 anni il 3/6/1917 sul Carso

soldato del 1 ° Reggimento Granatieri

Soi Giovanni

nato a Siurgus il 18/4/1889

disperso sul Monte Santo il 17/8/1917 in combattimento

soldato del 154 ° Compagnia Mitraglieri

Spissu Antonio

nato a Siurgus il 17/5/1893

morto a 23 anni il 4/7/1916 sul Carso in combattimento

soldato del 21 ° Reggimento Fanteria

Spissu Giuseppe

nato a Donigala il 23/8/1889

morto a 28 anni il 2/4/1917

soldato del 231 ° Reggimento Fanteria

Spissu Salvatore

nato a Donigala il 7/1/1886

morto a 30 anni il 23/10/1916 a Sassari per malattia

soldato del 45 ° Reggimento Fanteria

 

Spissu Serafino

nato a Donigala il 23/9/1891

morto a 24 anni il 21/8/1915 sul Monte San Michele in combattimento

soldato della Brigata Sassari 152 ° Fanteria

Toro Giacomo

nato il 16/11/1892 a Siurgus

disperso il 25/8/1917 sul Carso in combattimento

soldato del 272 ° Reggimento Fanteria

Toro Giuseppe

nato a Siurgus il 30/9/1896

disperso il 16/6/1918 sul Piave in combattimento

soldato della Brigata Sassari 152 ° Reggimento Fanteria

Vargiu Antonio

nato a Siurgus il 30/1/1876

morto a 42 anni a Settimo Torinese per ferite di guerra

soldato del 316 ° Battaglione M.T.

Vargiu Vincenzo

nato a Donigala il 19/9/1896

disperso il 6/7/1916 sull'altopiano di Asiago in combattimento

soldato del 226 ° Reggimento Fanteria

Viviani Antonio

nato a Siurgus il 27/12/1885

disperso il 21/4/1916 sul Monte Col di Lana in Combattimento

soldato del 60 ° Reggimento Fanteria

Durante la prima guerra mondiale si distinse il maggiore Vittorino Demuro, uno dei pochi piloti dell'aviazione italiana. Sostenne numerose azioni di caccia e mitragliamento e partecipò con Gabriele D'Annunzio al clamoroso volo su Vienna. Nella capitale dell'Impero Autro Ungarico vennero sganciati centinaia di volantini propagandistici tricolori. Al maggiore Vittorino Demuro Siurgus Donigala ha intitolato una strada.

La spagnola

Nell'estate del 1918 un virus influenzale che aveva subìto una subdola mutazione cominiciò a seminare una scia di morti sul suo cammino. L'influenza scatenò la sua virulenza in Europa in coincidenza con l'offensiva americana e alleata sul fronte occidentale.

Divenne tristemente nota con il nome di “Spagnola”, senza una motivazione particolare, non essendoci prove che l'epidemia sia iniziata in Spagna.

Pare anzi che il virus sia arrivato in Europa portato dai soldati americani e che abbia avuto origine in una caserma di Fort Riley nel Kansas, dove vennero diagnosticati i primi casi della malattia.

Nell'autunno del 1918 l'influenza si propagò dagli U.S.A. nel resto del mondo causando oltre 20 milioni di vittime. A Siurgus Donigala arrivò a metà settembre del 1919 al seguito dei reduci della prima guerra mondiale e trovò terreno fertile nelle numerose persone debilitate dalla fame, dalla miseria e dalle precarie condizioni igieniche. Uccise in poco tempo 85 persone a Donigala, lasciando anche Siurgus con molti danni alla fine di Dicembre dello stesso anno.

Con se porto via anche la vista di un buon uomo, che abitava nel vico Laconi, una traversa di Via San Francesco dove all'angolo Lucifero Boi aveva aperto il tabacchino.

Si chiamava Antoniccu e dopo la spagnola che lo lasciò cieco, venne conosciuto comunemente a Siurgus con il nome di Antoniccu Zruppu. Pur menomato così gravemente, la necessità e sicuramente il forte carattere lo aiutarono a non perdersi d'animo e fino a tarda età continuò a fare il pastore portando le pecore al pascolo nel lontano Monte Nuxi. Faceva il percorso a memoria e controllava il bestiame dal suono delle campanelle. Anche in paese girava senza bastone e ricordava ancora i luoghi che aveva appena fatto in tempo a vedere.

Un progetto per l'acquedotto

Il Consorzio tra i comuni di Siurgus e Donigala non progettò soltanto la scuola. Venne anche pensato di risolvere il problema dell'acqua potabile. Dopo una serie di studi e indagini, fu deciso che l'acqua in paese sarebbe dovuta arrivare dalle fonti di Perdas Arbas e Santa Susanna. Il progetto affidato all'ing. Raffaele Sanna, (direttore dei lavori nelle scuole) venne approvato dal Genio Civile il 25 Giugno 1913. Le fasi preliminari e il sopralluogo si erano svolti due anni prima. Si legge nella relazione:

“Il 17 Agosto 1911 invitati dall'Ill.mo Signor Sindaco di Siurgus (Giovanni Agostino Demuro), si accedette alla località Perdas Arbas e Santa Susanna nel comune di Seurgus, presenti il Signor Assessore Anziano Boi-Leoni Giuseppe, il Signor Consigliere Comm.re Eugenio Boi e il Sig. Ufficiale Sanitario del Consorzio Seurgus Donigala dottor Enrico Porrà. Il 21 Agosto 1911 si accedette nella località di Murrus de Callu nel Comune di Donigala, presenti il Signor Assessore Anziano Soi Angelo e l'Ufficiale Sanitario.

Il 17 Agosto l'aria era serena, spirava un leggero vento di levante, la temperatura alle 8,25 nella località Perdas Arbas era di 20,5 ° C. , quella dell'acqua di 16,5; nella località di Santa Susanna la temperatura alle 11,25 era di 23 gradi, quella dell'acqua di 15,5.

Il 21 Agosto la giornata era serena, spirava leggero vento di levante, la temperatura era di 24 ° C. alle ore 9,25; quella dell'acqua di 15,5.

La località in cui si trova la sorgente a Perdas Arbas è costituita da terreno schistoso che qua e là viene allo scoperto, rivestito da uno strato di terra coltivato a grano.

La sorgente viene alla luce a ridosso di una collina che porta in una piccola gola, limitata a destra da monte Meureddu e a sinistra da monte Narbonis Demarco, volta verso ponente. La sorgente è stata protetta per mezzo di un manufatto che permette all'acqua uscente dalla roccia di raccogliersi in un bottino fornito di una apertura in alto con rete metallica, e in basso di un grosso rubinetto. La sorgente è perenne e a dire dei presenti non si intorbida dopo le piogge; essa si trova a circa 455 metri sul livello del mare e a circa 4 km da Seurgus.

La località Santa Susanna risponde ad una specie di altipiano, declinante verso la vallata Bruncu in direzione Sud. Il terreno è schistoso, coperto di uno strato di terra tutto coltivato a grano. La sorgente si trova in un punto in cui l'altipiano si infossa in un canale che raccoglie l'acqua delle montagne circostanti portandola a valle, piu alta però del fondo del canale di qualche metro.

Essa si trova precisamente sulla sponda sinistra di detto canale ed è costituita da una piccola conca, quasi circolare, del diametro di poco più di mezzo metro e profonda una trentina di centimetri, protetta da sassi collocativi dalla mano dell'uomo. La sorgente è perenne a dire dei presenti, si intorbida dopo le piogge e in essa l'acqua si ricambia lentissimamente costituendo un piccolo rivo che si immette nel canale..

L'acqua viene attinta dagli abitanti ordinariamente per mezzo di padelle, come abbiamo potuto constatare dopo la presa dei campioni. La sorgente dista dal paese circa 3 km e si trova ad una altezza sul livello del mare di circa 400 metri. Dal fondo si vedono ogni tanto sollevarsi delle bollicine di gas”.

“La località di Murrus de Callu nel Comune di Donigala si trova a circa quattro chilometri dal paese ed è costituita da colline di natura schistosa che limitano una piccola vallata nel cui fondo scorre un ruscello. La sorgente è a piè di queste colline e scaturisce a getto, correndo nella prima parte lungo una scanalatura della stessa roccia. E' perenne, a detta dei presenti, la sua minima portata è l'attuale (200 litri l'ora circa) e non si intorbida dopo le piogge. Attorno, nella parte superiore, la mano dell'uomo ha costruito un rozzo muro a secco. La superficie della collina in parte è incolta e con vegetazione di lentischi, in parte coltivata a grano; a quanto asseriscono i presenti sogliono anche pascolarvi animali. Nei tre siti, vengono prelevate tre bottiglie di acqua e vengono fatte le analisi. Il liquido viene diviso in 5 decimi, in capsule Petri, nelle quali abbiamo versato 10 cmc. di Agar fluidificato a 100 ° in bagnomaria e lasciato nello stesso fino a che aveva assunto la temperatura di 42 ° C. Tutto il materiale era stato portato sterilizzato nel sito. In laboratorio si provvedette alle semine in Brodo di Abba, in Brodi Parietti, in Agar Conradi - Drigalski, in brodo Dunham-Koch, in agar Dieudonnè per la ricerca dei B.coli, B. del tifo, B.Paratifi, B.Dissenterico, Vibrioni secondo le tecniche da noi giornalmente usate. Dopo una accurata esposizione delle analisi la diagnosi è che si tratta di acque chimicamente potabili: le tracce minime di nitriti e fosfati del tutto compatibili colla potabilità nell'acqua ecc.ecc.”

Firmato prof. Oddo Casagrande

Direttore dell'Istituto di igiene della Regia Università di Cagliari

Dott. Castelli

Aiuto dello stesso istituto

30 Agosto 1911

Il progetto redatto dall'Ing. Sanna contiene altre informazioni sulla situazione di Siurgus Donigala nel 1912 e nel 1913 specie nella relazione:

Solo le famiglie agiate possono sottostare alla spesa necessaria per il trasporto dell'acqua a mezzo di botti. I meno abbienti devono contentarsi dell'acqua fornita dai pozzi e dalle cisterne all'interno dei centri abitati, che oltre a non avere nessuno dei requisiti di potabilità può con facilità venire inquinata dando luogo a “serie epidemie”. Il progetto prevedeva una condotta dalle sorgenti a un serbatoio posto nel paese, un ponte a tre “luci” per l'attraversamento del rio Zraghi, la posa di sei fontanelle a Siurgus e cinque a Donigala.

La popolazione di Siurgus è di 1017 abitanti, i cittadini di Donigala sono 890; volendo tener conto dell'aumento di popolazione, che viene prevista in 2200 unità in un trentennio, l'acquedotto è in grado di fornire 25 litri di acqua pro capite. “Dotazione non eccessiva” ma ritenuta sufficiente al fabbisogno dei due paesi.

A completamento della relazione l'ing. Sanna ritiene doveroso informare che a causa dell'opera, Siurgus mancherà dell'acqua per lavare i panni (costituita dai torrenti di Geva, Giracarru e Santa Susanna) poiché il rio che era alimentato dalle sorgenti resterà completamente asciutto. Per questo venne progettato un lavatoio a otto posti. Il progetto non venne mai realizzato.

Le sedi Comunali

Nel 1922 il Governo decretò l'erogazione di un miliardo per la realizzazione di opere pubbliche in Sardegna (la cosidetta legge del miliardo). Il Consiglio Comunale di Siurgus capeggiato da Antonio Boy sindaco, deliberò in merito richiedendo alcune importanti opere che “potevano interessare la popolazione”. Al primo posto veniva richiesta la costruzione di una strada di allacciamento dalla Provinciale Muravera - San Vito - Ballao, fino a Mandas, attraverso la quale i Comuni del Sarrabus e del Gerrei sarebbero stati messi in diretta comunicazione con il centro della Sardegna, in particolare con la linea ferroviaria Mandas - Sorgono e con l'altra linea che collegava Isili con Villacidro. Le altre richieste del comune di Siurgus riguardavano il restauro dell'edificio scolastico consorziale, la costruzione dell'acquedotto del Sarcidano, l'adattamento dei locali per gli uffici e la sistemazione degli abbeveratoi pubblici.

Sull'argomento relativo alla costruzione della strada Ballao-Mandas venne costituito un consorzio tra i comuni di Mandas, Goni, Donigala, Siurgus e Ballao, che non potè assumersi l'onere del finanziamento dell'opera a causa della precaria situazione economica dei Comuni interessati. Il consorzio chiese perciò che la costruzione fosse fatta a carico della Provincia che nel frattempo aveva dichiarato di sua competenza anche la realizzazione della strada Donigala - Orroli.

La sistemazione degli abbeveratoi era invece un fatto di estrema importanza. Il ristagno dell'acqua, in particolare nelle sorgenti di Funtana Jossu e Funtana Piccinna, favorivano il ricettacolo della zanzara anofele responsabile della malaria che nel 1926 risulta la malattia predominante.

Sempre nel 1926 è certificato un contributo di 450 lire da parte dello Stato per le spese sostenute a Donigala per la lotta antimalarica. Nei due Comuni veniva distribuito gratuitamente il chinino, unico rimedio efficace contro la malattia insieme all'amarissima e sgradevole “mistura Baccelli”.

La sede del comune di Donigala prima dell'unificazione si trovava in piazza Croce Santa nei locali che corrispondono alla casa Artizzu. Nel 1929 venne ultimata la nuova sede comunale nella Piazza Croce Santa ma ormai i due Comuni erano unificati da due anni per cui l'edificio venne utilizzato come caserma dei Carabinieri che vennero trasferiti da Siurgus dove stazionavano in via Meridiana nella casa Vargiu.

Il comune di Siurgus non ha mai avuto una sede fissa. Per un certo tempo era stata adibita a municipio una casa in via Liguria costituita da una unica stanza dove si svolgevano tutte le operazioni, dalle riunioni di Consiglio a quelle di Giunta, dalla Segreteria all'Archivio e al disbrigo delle pratiche con il pubblico. E' stata municipale anche la casa Cugusi in via Roma. Nel 1932 il Comune unificato, ancora “itinerante”, si trovava invece in un fabbricato di proprietà di Elisa Boi a Siurgus, che il 15 marzo ne chiese lo sgombero. Venne allora presentata un'offerta da parte di Don Eugenio Demuro che offriva una casa di sua proprietà in via San Teodoro per un fitto di 110 lire mensili, dove in via provvisoria vennero aperti gli uffici in attesa della costruzione del nuovo municipio a fianco alle scuole consortili.

Gli antefatti della costruzione della nuova sede comunale risalivano a qualche decennio prima.

Nel 1914 il Comune di Siurgus cercò di costruirsi un nuovo locale. Il progetto venne affidato all'Ing. Raffaele Sanna e venne approvato dal Genio Civile il 30 Dicembre dello stesso anno. La costruzione sarebbe dovuta sorgere nella odierna piazza Combattenti. L'area prescelta di proprietà comunale abbondava di pietrame per l'esistenza dei ruderi di vecchie costruzioni. Nell'edificio era previsto un ambulatorio con armadio farmaceutico, dove il medico avrebbe ricevuto i malati e dispensato i primi rimedi; un'altra stanza era riservata agli interrogatori per le visite periodiche del Pretore e di altri Magistrati. Nei due piani dell'edificio avrebbe trovato posto anche l'ufficio del conciliatore e l'alloggio del custode, oltre naturalmente agli ambienti riservati al pubblico, agli uffici e all'aula consiliare. L'opera veniva sollecitata in quanto avrebbe anche alleviato la disoccupazione che “incombeva dolorosamente”.

Il progetto a Siurgus non venne realizzato, ma servirà per la costruzione della nuova sede del Comune unificato.

Nel mese di gennaio del 1932 infatti, il Podestà Don Efisio Demuro (si ricorda che dal 1926 il Podestà riassumeva le cariche del Consiglio Comunale e della Giunta), con l'assitenza del segretario rag. Mario Artizzu, visto che con i mezzi a disposizione del comune non sarebbe stato possibile costruire interamente il nuovo edificio comunale, ma che comunque il comune aveva a disposizione una discreta somma ricavata dalla vendita di un'area fabbricabile a Siurgus, decideva di dare l'incarico all'ingegner Edoardo Martis di rimettere mano al progetto Sanna del 1914, di riadattarlo con l'adeguamento dei prezzi e di utilizzarlo per iniziare la costruzione.

I lavori, che prevedevano l'edificazione della struttura e dei tramezzi, avrebbero interessato la finitura del solo pian terreno. Ad eseguirli in economia con l'assistenza del capo mastro Agostino Nateri e della direzione lavori dell'ing. Martis, sarebbero state maestranze locali pagate quindicinalmente dal comune; il costo complessivo iniziale dell'opera sarebbe stato di 15.000 lire.

L'area di ubicazione venne concessa gratuitamente dal dottor Efisio Demuro fu Agostino residente a Gonnesa, (non sappiamo se si tratta dello stesso podestà o di un omonimo), lungo la strada tra Siurgus e Donigala situato a una distanza di 45 metri dal casamento scolastico.

Nel frattempo la Regia Prefettura di Cagliari aveva esaminato il progetto dell'Ing. Martis, il cui costo definitivo assommava a 29.532 lire e il 4 febbraio del 1933 comunicò al Comune di Siurgus Donigala che avrebbe preferito evitare la costruzione dell'opera in economia, chiedendone l'affidamento a licitazione privata, fermo restando le comandate a maestranze locali per quanto riguardava la manodopera e l'approvvigionamento di pietrame e materiali da costruzione. E così avvenne.

Il 12 dicembre del 1933 i lavori vennero consegnati all'impresa Secci Antonio fu Antioco di Decimoputzu che li portò a termine.

Nel 1935 arrivò a Siurgus Donigala l'energia elettrica e l'inaugurazione del nuovo impianto avvenne proprio nella nuova sede Comunale con il balcone centrale illuminato a festa e adorno di bandierine verdi, bianche e rosse.

Il regolamento comunale

Uno spaccato della vita nel paese alle soglie dell'unificazione ci viene offerta da diversi documenti. Siamo in pieno regime fascista. Il Podestà dal 1926 riassume tutte le cariche amministrative del comune: Sindaco, Consiglio Comunale e Giunta. Non ci sono elezioni.

In particolare il regolamento di polizia urbana, redatto il 7 novembre del 1926, lascia intravvedere alcuni aspetti di un paese prettamente agropastorale, ricco di bestiame e di gioghi da lavoro. I buoi aggiogati hanno sempre avuto nomi molto particolari anch'essi collegati l'uno con l'altro. In una famiglia dove prestava servizio una ragazza che sventuratamente aveva avuto una figlia pur non essendosi mai sposata il proprietario sapendola abbastanza spensierata, chiamò i buoi “No Iscrammentas” e “Ancòra”. Un altro, corteggiato da una ragazza che non gli interessava li chiamava “Non è po tui” e “Mancai aspettis”. Altri avevano nomi curiosi “Scera” e “Cun tottus” oppure “Pagu ti ciccu” e “Poita m'offendisi”.

I contadini di Siurgus che dovevano svegliarsi in ore antelucane per accudire e preparare i buoi per le dure giornate di lavoro nei campi, fin dagli inizi del novecento versavano “su notsu” (una mancia consistente in una quantità di grano) al campanaro ziu Antoni Fadda, che molto prima dell'alba suonava loro la sveglia, coinvolgendo con il suo scampanare praticamente tutto il paese. Si partiva per i campi all'apparire de “su steddu de obresci”. Il rientro era segnato dalla comparsa de “su steddu de ‘i boinaxius”: Venere. Di orologi manco a parlarne. I primi orologi che vennero acquistati anche in paese, grossi e bellissimi patacconi tenuti nel taschino e legati a una catenella d'argento, venivano esibiti come ornamento e giustificati, così dicevano i possessori, “perché facevano compagnìa”.

In effetti per i contadini e i pastori, il cui tempo era misurato dal corso delle stagioni, gli orologi erano oggetti inutili o al massimo delle curiosità. L'unico mezzo che aveva bisogno di un orario era il treno. Ma Siurgus Donigala quel treno l'aveva perso tanti anni prima. La linea ferroviaria sarebbe infatti dovuta passare in paese risalendo dalla vallata di Figullana e Pal'e Pardu ma venne rifiutata dagli amministratori di fine ottocento perché quel diabolico e rumoroso mezzo di trasporto che funzionava a carbone, avrebbe spaventato il bestiame. Un altro percorso alternativo proposto dalla Società Ferroviaria nella zona del Bau Piscu, venne bocciato per le stesse motivazioni. La ferrovia venne perciò costruita altrove ma anche Siurgus ebbe la sua inutile e lontana stazione, a Pranu ‘e Seunis.

I soli effetti del passaggio della linea ferroviaria, che altrove aprì le porte allo sviluppo, per Siurgus Donigala furono il selvaggio disboscamento e l'abbattimento di secolari foreste per fornire il legname delle traversine.

I lavori di costruzione della stazione di “Seurgus-Gesico” vennero ufficialmente iniziati il 15 febbraio del 1888 quando fu inauguata la stazione di Mandas, paese quest'ultimo che riuscì a trarre enormi vantaggi dal passaggio del treno. Il bestiame dei grandi proprietari di Siurgus Donigala continuò invece a brucare placido e lontano da qualsiasi disturbo.

Ogni famiglia del paese allevava in casa il maiale da ingrasso, aveva l'orto e le galline. Nelle grandi case degli agricoltori, trovava posto la stalla per il giogo, il pagliaio, il letamaio per lo stallatico che lasciato maturare veniva poi utilizzato per la concimazione delle terre e il carro, principale mezzo di trasporto; nei cortili c'era anche s'umbragu della legna, il forno e il pergolato dell'uva da tavola.

Il regolamento di polizia municipale approvato nel 1926 dettava le regole del vivere comune e stabiliva tra le altre cose :

“-Chiunque dovrà costruire, restaurare, demolire una casa o un muro qualsiasi dell'abitato, dovrà avvisare l'Ufficio comunale almeno otto giorni prima dell'inizio dei lavori. Nell'occasione si curerà per quanto possibile, di regolarizzare il rettilineamento e l'allargamento della via o piazza.

-I proprietari di case o muri nell'abitato, devono mantenerle in buono stato di conservazione e, in caso di minaccia di rovina più o meno prossima il Podestà dovrà ordinarne il puntellamento e ove lo creda del caso, la demolizione.

-Nessun lavoro potrà eseguirsi negli edifici aventi qualche fregio storico o artistico, senza previo consenso del Municipio; il Podestà potrà consentire l'esecuzione di lavori solo quando il fregio artistico o storico dell'edificio resti conservato ed evidente. Lo stesso avverrà nel caso di demolizione di edifici o di scoperte per le quali si dovrà immediatamente avvisare il Podestà per la conservazione di ogni eventuale rinvenimento.”

Particolare riguardo viene posto nella pulizia dell'abitato.

“- I proprietari ed inquilini nell'abitato sono tenuti a mantenere costantemente sgombro da immondezze e da ogni materiale ingombrante il tratto di via prospiciente la propria abitazione, casa, orto o cortile fino all'asse stradale;

- Ogni capo famiglia è tenuto a spazzare almeno la domenica mattina prima delle ore 9 il tratto di strada prospiciente la propria casa di abitazione fino a metà della larghezza della strada;

-E' vietato di porre immondezze o letame in luogo pubblico, far scolare acque o altro genere di liquami nelle pubbliche vie;

- E' vietato lanciare dalle finestre o balconi nelle pubbliche vie, acqua limpida o sporca, ne scopatura, come pure è vietato lo sciorinamento dei panni, stuoie e simili;

-E' vietato dar fuoco a letamai a distanza inferiore a 500 metri dall'abitato, mondare, trebbiare, battere cereali o maciullare il lino nelle vie e piazza pubbliche;

-E' vietato lasciar vagare nell'abitato bestiame di qualsiasi genere. I buoi dediti a ferire dovranno avere un segno evidente alle corna o alla coda, che richiami l'attenzione del pubblico;

-Durante il periodo decorrendo dal primo giugno al 30 settembre è vietato far transitare di giorno nell'abitato, bestiame in gregge o branco dalle 6 fino alle 21;

-E' vietato far correre nelle vie dell'abitato bestie di qualsiasi genere, siano o no montate o attaccate a traino;

-I veicoli che secondo gli usi sono destinati a procedere con maggiore velocità (carrozze, autoveicoli e simili) nel percorrere l'abitato dovranno rallentare la loro corsa, riducendola al minimo possibile e ripetendo frequentemente il segnale d'allarme, per evitare di travolgere persone ed animali;

-E' vietato di gettare o depositare qualsiasi cosa nauseante o esalante cattivi odori nelle vie pubbliche;

-Nelle vie e piazze pubbliche dell'abitato è vietato il lancio di sassi o di altri proiettili;

- E' vietato attraversare l'abitato con carri eccessivamente carichi, o il cui carico sia disposto in modo da rendere noia ai pedoni, da raschiare i muri esterni delle case o rimuovere le tegole di gronda delle case basse.

- Durante il transito nell'abitato i conducenti di carri dovranno camminare alla sinistra del proprio veicolo, pronti ad evitare scontri, urti e travolgimenti di persone o animali;

-E' vietato far sporgere nelle pubbliche vie, cataste di legno, siepi vive o morte, chiome d'alberi, oltre la linea dei muri della propria abitazione;

-E' vietato abbeverare e foraggiare bestiame nelle vie o piazze nell'interno dell'abitato;

-Nelle vie e piazze pubbliche i fabbri maniscalchi non devono ferrare bestie di qualsiasi genere. Queste operazioni si possono svolgere soltanto in luoghi recintati dove non è praticato alcun transito.”

Il regolamento comunale dettava anche le norme sul commercio negli esercizi e spacci pubblici e così stabiliva:

“-Chiunque apra un pubblico locale di rivendita di qualsiasi genere, deve premunirsi di apposita licenza del Podestà;

-I locali destinati alla rivendita, i pesi, le misure e gli utensili tutti, occorrenti per l'esercizio dovranno essere costantemente puliti ed in buone condizioni igieniche;

-Il Podestà, ove incontri artificiosi aumenti nei prezzi dei generi alimentari o di prima necessità ne regolerà il prezzo con sua ordinanza da rendere notoria con pubblicazione nell'Albo Pretorio e con bando; copia del calmiere imposto con l'ordinanza dovrà essere notificato agli esercenti che lo terranno esposto in modo da essere facilmente veduto e letto;

- I rivenditori di generi alimentari dovranno tenere gli spacci costantemente forniti;

-Le macellerie dovranno regolarsi in modo che non manchi l'approvvigionamento della carne per gli ammalati ed almeno per due volte la settimana per la generalità degli abitanti. Ove i macellai locali non possano accordarsi per fissare il turno di macellazione e rivendita, il turno sarà imposto con insindacabile giudizio dal Podestà.”

Non sfuggivano alle regole del Podestà neanche i panettieri e tutti coloro che confezionavano pane per la vendita. Nel caso in cui utilizzassero miscele dovevano renderne edotto il pubblico in modo visibile tale da richiamare l'attenzione, con apposito cartello. Lo stesso doveva farsi dagli altri commercianti di generi alimentari relativamente alla vendita di margarina, formaggio, olio di semi e simili. In effetti era un regolamento che anticipava i tempi e, come si direbbe oggi, tutelava il consumatore.

C'erano anche alcune curiosità che fanno in qualche maniera sorridere.

“-E' vietato stabilire depositi di paglia, fieno, legna e altre sostanze incendianti in vicinanza delle cucine e dei forni.”

L'articolo 36 del regolamento stabilisce invece che “E' vietato lo spennacchiamento di volatili ed il deposito delle relative piume in luoghi dai quali possono essere per mezzo del vento disperse o sparse per le pubbliche vie e piazze ..

-E' vietato inoltre accendere fuochi, falò, fuochi artificiali, lanciare razzi, mortaretti senza licenza del Podestà.”

I contravventori venivano ovviamente multati e nel caso dei commercianti potevano vedersi sospesa la licenza fino a due anni.

L'anno dell'unificazione

Nel 1927 il Consorzio tra Siurgus e Donigala operava e deliberava in tutti i settori della vita amministrativa dei due centri. Era il preludio dell'imminente unificazione. Nella seduta tenuta il 20 Gennaio nella casa comunale di Siurgus l'assemblea consorziale era costituita dall'Avvocato Michele Biddau Presidente, dai signori Nicolino Piroddi e Sisinnio Meloni, rappresentanti di Siurgus, e dai signori don Efisio Demuro, Angelo Soi e Giuseppe Ballicu delegati di Donigala. Assistiti dal segretario dottor Aristide Lai i delegati dei due comuni provvedevano alla nomina del medico dottor Angelo Puxeddu, anch'esso in consorzio. Il medico avrebbe percepito uno stipendio di 9000 lire annue, aumentabili di 5 lire per ogni povero in più di mille; avrebbe inoltre ricevuto altre 500 lire in qualità di ufficiale sanitario, 1500 lire quale indennità di cavalcatura e 1200 lire per indennità di caro viveri.

Il consorzio decise anche il reintegro in servizio dell'ostetrica Genoveffa Giordano che operava nei due comuni. La signora Giordano che nel settembre 1926 aveva dato le dimissioni dall'incarico di levarice consorziale per motivi familiari, ci ripensò e riprese regolarmente servizio nel mese di Gennaio del 1927, quando il Podesta, “perchè la levatrice sia accontentata come ne ha il merito, e non riprenda la determinazione di abbandonare la condotta per assumerne altra più remunerativa”, le aumentò l'indennità di caro viveri da 65 lire mensili lorde a 100 lire.

Il 15 Gennaio del 1927 il Prefetto propose al Podestà dottor Biddau, l'unione dei due Comuni. Riteniamo d'obbligo pubblicare interamente la conseguente deliberazione del Podestà nella quale è evidente che ormai l'unificazione è un fatto quasi compiuto, anche se non mancano le sorprese.

Littoria

L'anno millenovecentoventisette addì venti del mese di gennaio nella Casa Comunale, il Podestà del Comune di Siurgus, Signor Avv. Micele Biddau assistito dal Segretario Signor Loi Aristide, veduta la lettera 15 corr. N ° 28965, con la quale l'Ill.mo Sig. Prefetto propone l'unione di questo Comune a quello finitimo di Donigala - Siurgus.

Considerato che accorrono gli estremi voluti dagli artt.(...) per procedere alla fusione dei Comuni.

Che infatti essi comuni sono costituiti ciascuno di popolazione inferiore ai 1500 abitanti, e che la loro condizione topografica, specie relativamente alla distanza che li separa (1 km) rende comoda la loro unione.

Considerato che attualmente tutti i servizi (Segreteria, medico, levatrice, messo scrivano, guardia urbana, cantoniere, becchino, banditore, edificio scolastico, gestione daziaria, distributore postale) sono disimpegnati consorzialmente tra i due comuni da riunire, così che l'autonomia di questi è ormai ridotta ad una parvenza e dà luogo ad una inutile dispersione di lavoro dell'ufficio di segreteria ed un lento funzionamento dei servizi e dei controlli amministrativi esercitati dalla rappresentanza consorziale per ogni servizio lento e disinteressato.

-Che restano autonome solamente le rendite patrimoniali, la manutenzione delle rispettive chiese parrocchiali, dei cimiteri e la conciliatura.

-Che converrebbe altresì per comodità della popolazione della costituenda frazione minore, istituire nel suo abitato una sezione d'Ufficio di Stato Civile, da servire con la conciliatura almeno due volte la settimana;

-Che converrebbe inoltre tenere separate le rispettive attività e passività dei due Comuni da riunire attualmente esistenti, e che potranno verificarsi fino al giorno della effettiva fusione di essi di diritto e di fatto;

-Che nel presupposto che si conseguisca il decreto Reale di unione dei due Comuni occorre predisporre per il nome da imporre al nuovo Comune;

-Che per non urtare la suscettibilità delle due popolazioni interessate, già in antagonismo tra loro, si ritiene opportuno di denominare il nuovo Comune con una parola che rievochi il periodo storico nel quale la fusione di essi si verifica;

Delibera

1 - Di richiedere che con decreto Reale ai sensi dell'art. (..), sia determinata la riunione di questo comune con quello vicinorio di Donigala con sede nella frazione più popolata di Siurgus.

2 - Di denominare il nuovo Comune col nome di “ Littoria “ (...)

Firmato il Podestà Avv. Biddau - il segretario Loi Aristide e pubblicato senza reclamo il 23/1/1927

Il nome “Littoria” indicato in delibera risulta corretto e sovrascritto. Il segretario comunale in un primo momento aveva infatti scritto Vittoria. Nel mese di giugno del 1927, Podestà di Siurgus è l'Avv. Alberto Lostia di Santa Sofia che con delibera n. 43 del giorno 4 non può smentire il nome già proposto al Prefetto dai due Comuni e lo reitera argomentandolo con deduzioni che oggi appaiono fantasiose, ma che al tempo erano una sorta di compromesso molto diplomatico.

Il Comune di Siurgus, “considerato che la denominazione di Siurgus-Donigala, proposto dalla Prefettura, come già detto nella sopracitata deliberazione di questo Podestà (quella del dr. Biddau), umilierebbe la popolazione di Donigala, da tempo già in antagonismo con questa, pel fatto di vedersi posposto il nome del suo Comune più ricco a quello di questo Comune di poco più popolato.

Che per altro la denominazione proposta dalla Prefettura, eufonicamente, torna sgradevole anche all'orecchio;

Che della denominazione antica che la Prefettura vorrebbe conservare resterà traccia imperitura nelle denominazioni delle singole frazioni componenti il nostro Comune, le quali conserveranno ciascuna distintamente l'attuale proprio nome;


Che sia per evitare gli inconvenienti suaccennati, sia per ricordare il periodo storico nel quale la fusione dei due Comuni si effettua, convenga l'adozione della denominazione proposta dai Comuni interessati “Littoria”, denominazione che torna assai gradita anche alle due popolazioni,

Delibera esprimendo il parere che il nuovo Comune che sorgerà dalla fusione di questo Comune con quello di Donigala-Siurgus, sia denominato “LITTORIA”

Letto confermato e sottoscritto il 4 Giugno 1927"

Fu la Prefettura ancora una volta ad imporre la propria volontà e permettere al nostro Comune di mantenere l'attuale e antica denominazione. Per decenni rimase però l'uso di indicare Donigala Siurgus o viceversa a seconda della appartenenza per l'uno o per l'altro ex Comune e nelle scuole, fino agli anni sessanta, era fin troppo facile distinguerne gli scolari dall'intestazione del compito e dalla data.

Fortunatamente le cose andarono nel verso voluto dalla Prefettura, anche se in tempi successivi ci fu chi tentò nuovamente di cambiare la denominazione del paese e di ribattezzarlo “Villanovella”.

Il 29 Luglio del 1927 con regio decreto di Sua Maestà Vittorio Emanuele III Re d'Italia n. 1524, firmato dal Presidente del Consiglio Mussolini e dal Guardasigilli Rocco, i due Comuni vennero riuniti in uno solo denominato “ SIURGUS DONIGALA”.

Contava complessivamente 1527 abitanti.

Tratto dal Libro “Siurgus Donigala, dalle origini all'unificazione” di Marco Perra ed Elisa Stefania Perra.